La nostra guida per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci porta a scoprire un angolo molto suggestivo della capitale, il Quartiere Coppedè, i cui edifici rappresentano un interessante sunto delle grandi correnti artistiche europee di inizio Novecento.

Immaginate di essere a Roma alla fine dell’Ottocento, vi troverete davanti una città nel pieno di una crescente e costante trasformazione. Divenuta da poco capitale del Regno d’Italia, l’urbe necessitava di modifiche significative del tessuto urbanistico e architettonico. 
All’interno di questo ambizioso progetto, rientra l’area che oggi è chiamata Quartiere Coppedè, dal nome dell’architetto fiorentino che lo progettò. 
Gino Coppedè può essere considerato “figlio d’arte”, infatti, fu inserito fin da giovanissimo nell’azienda di ebanistica La casa Artistica del padre Mariano, esperienza che influenzerà non solo la sua formazione ma anche la sua carriera professionale. L‘area che progettò a Roma, si inserisce all’interno del più ampio quartiere Trieste nel territorio amministrativo del II Municipio, tra piazza Buenos Aires e Via Tagliamento. 
I lavori iniziarono nel 1917, ma procedettero a rilento nei primi anni a causa della guerra. Tra 1925 e 1926 fu terminata Piazza Mincio, il perno centrale intorno al quale ruota tutto il quartiere e nel 1927, anno in cui morì Gino Coppedè, il nucleo principale del progetto originario era concluso. 

Una sintensi delle nuove tendenze artistiche di inizio Novecento

Nella progettazione dell’area Coppedè racchiuse tutte le nascenti idee che dai laboratori londinesi di Artur Liberty si andavano diffondendo in Europa attraverso oggetti, stoffe e arredi di gusto floreale, con nomi differenti ma identiche scelte stilistiche. Dall’Art Nouveau di Francia, alla Secessione Austriaca passando per il Modernismo Spagnolo fino al Jugendstil Tedesco e al Floreale Italiano; tanti nomi per indicare la stessa tendenza, una volontà di distaccarsi dagli stili storicamente accettati che non si accordavano più con una società industrializzata. Era necessario migliorare con le decorazioni gli oggetti prodotti dalle industrie, per evitare che la produzione in serie banalizzasse il tutto, generando un rifiuto dei consumatori. La società industriale cerca di darsi un’estetica attraverso l’asimmetria e l’eleganza decorativa, il dinamismo e la linea di contorno, pervasa da un’intensa fiducia nel nuovo; il liberty divenne in breve il simbolo della borghesia in ascesa. 
Gino, condividendo pienamente tutte queste tematiche, utilizzò nel Quartiere ogni tipo di materiale; ferro, marmo, vetro, tessere di mosaico, affresco, nulla manca nelle decorazioni, dove il ruolo dell’artigiano la fa da padrone. Ideò il progetto curando personalmente ogni dettaglio, pensò ai bassorilievi così come alle sculture. 
Entrando da Via Tagliamento siamo immersi in una dimensione fantastica che si ritrova in tutti i 18 palazzi e 27 tra palazzine ed edifici. Un imponente lampadario in ferro battuto ci accoglie sotto l’arco d’ingresso che presenta una singolare decorazione in cui tutti gli elementi architettonici sono disposti in maniera asimmetrica.

Quartiere Coppedè- particolare

Coppedè inserì negli ornamenti moltissimi simboli, numerosi gli alberi stilizzati, manifestazione simbolica della presenza divina, i cui rami rappresentano anche i cinque elementi, l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra. L’architetto riservò un’attenzione speciale alle rappresentazioni animali; dalla civetta simbolo di chiaroveggenza, all’aquila emblema del potere e della vittoria, fino all’ape, considerata dall’antica cultura romana una scoperta di Bacco. Al ragno è dedicato un palazzo, e le rane simbolo di rinascita e rigenerazione della vita arricchiscono la fontana centrale, tornata alla ribalta qualche decennio fa per il bagno che i Beatles vi fecero vestiti dopo un concerto al vicino Piper. 

Immancabili cavalli e cavalieri, simboleggiano il codice d’onore e di comportamento, interpretazione di forza e rettitudine.

Nei Villini delle Fate, Coppedè, volle celebrare il suo amore per la natìa Firenze, inserendo ritratti di Dante e Petrarca, stemmi delle maggiori famiglie fiorentine e una veduta di Palazzo della Signoria.

Da notare i Palazzi degli Ambasciatori, dove per diverso tempo abitò Gino Coppedè con la famiglia. Attualmente nel Quartiere ci sono sia abitazioni private, che in molti casi “si nascondono” agli occhi dei visitatori, sia edifici istituzionali come le Ambasciate di Bolivia e Sudafrica.

Il quartiere è talmente misterioso e per certi versi alienante che fu scelto come ambientazione per alcune scene dei suoi film da Dario Argento; scorci inediti si ritrovano in “L’uccello dalle piume di cristallo” del 1970 e “L’Inferno” del 1980.

Sul progetto di Coppedè sono stati scritti molti libri, e avanzate tantissime interpretazioni differenti, ma nessun testo, compreso il mio breve articolo, vale lo stupore di passeggiare tra tanti capolavori. Un sabato mattina di primavera, andate e lasciatevi incantare, chissà che non siate proprio voi a scoprire nuovi e inediti scorci del magico Quartiere Coppedè.

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Valentina Nera 
Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia. 
Tessera n° 4192 
valenera@hotmail.it; 3339841466. 

La nostra guida turistica di fiducia per Roma, Valentina, ci presenta una nuova App per visitare la città.
Siete in partenza per un viaggio nella città Eterna? Volete scoprire gli angoli più suggestivi, le curiosità e le ricette tipiche? Avete voglia di girare in libertà, perdendovi tra i vicoli ricchi di storia? Siete in tanti, ma con curiosità diverse? Pensate che sia impossibile accontentare tutti e a rendere indimenticabile il vostro soggiorno?  La risposta è semplice e a portata di smartphone. 
iDotto, nuova e avanguardistica applicazione, guida vocale e mappa turistica, vi permetterà di vedere e approfondire quello che più vi piace. 
Grazie a iDotto potrete personalizzare il vostro tour, infatti, inserendo gli aspetti e gli argomenti da voi preferiti, sarete guidati a partire da questi, senza noiosissime introduzioni che non vi interessano, senza dover stare tutto il tempo con il telefono tra le mani a cercare quello che fa per voi. E mentre camminate per arrivare nel posto tanto desiderato iDotto vi racconterà dapprima quello che vi interessa, poi se avrete voglia ascolterete tutto il resto, altrimenti potrete fermarvi ad ammirare la vostra fontana preferita, una scultura che vi affascina, o i marmi intrisi di storia millenaria. 
A quanti di noi è capitato di scaricare sul telefono applicazioni o  mappe interattive, piene di contenuti interessanti, ma utilizzabili solo con la connessione internet? L’aspetto notevole di Idotto  è che tutto potrà essere fatto anche in modalità off line. Indossate gli auricolari, digitate una meta, e l’app grazie al GPS vi guiderà, con contenuti originali, pensati per voi e ultimo ma non ultimo, pensati per essere ascoltati, e non per essere letti. Questo è un aspetto da non sottovalutare, infatti, molto spesso, il limite delle applicazioni di stampo culturale-informativo  è proprio questo, contenuti troppo lunghi, troppo dettagliati, troppo letti e riletti su tutti i siti di informazione pseudo-culturale.

Potrete passeggiare liberamente, a testa alta, senza leggere, senza dover consultare continuamente mappe e cartine, senza lottare contro i riflessi del sole sul vostro smartphone per riuscire a vedere qualcosa. Avrete le mani libere, e d’estate le potrete usare per rinfrescarvi con una grattachecca, nata all’inizio del secolo scorso per combattere la calura estiva, è oggi una vera e propria istituzione, un simbolo della romanità moderna.  
Ma iDotto, non contiene soltanto contenuti di cultura. Siete pazzi per lo shopping? Bene, vi porterà nelle strade dello shopping. 
Volete visitare un luogo, ma non siete sicuri di attraversare mezza città per arrivarci? Posizionate la vostra app in modalità esplora e ascoltate cosa ha da raccontarvi, poi decidete se ne vale la pena. Inutile dirvi che a Roma vale sempre la pena. 
L’app può essere scaricata in due lingue, italiana e inglese, quindi potrete sfruttarla anche per allenarvi, per testare il vostro livello di inglese o molto più semplicemente potrete consigliarla al vostro amico di Londra che promette da anni di venire a trovarvi, ma non mantiene mai la parola data. Ditegli di scaricare l’app, sarà talmente affascinato dai contenuti e dalle curiosità, che la settimana successiva ve lo vedrete arrivare in casa vostra con una valigia che promette almeno 15 giorni di permanenza. 
Il team di iDotto, dopo i successi ottenuti, sta lavorando alla possibilità di realizzare anche altre applicazioni sulle città D’Italia, pensate a Firenze, Venezia e Milano, solo per citarne alcune. 
Ci sono 3000 racconti selezionati per voi.
Lo sapevate che Vespasiano inventò i gabinetti pubblici a pagamento? I Romani lo deridevano e criticavano per questa cosa, dicendogli che questi soldi avevano per così dire “un cattivo odore”,  ma lui senza lasciarsi influenzare dalle critiche rispondeva semplicemente “Pecunia non olet”. La citazione è talmente celebre che anche Alberto Sordi nei panni del Marchese del Grillo sentenziò “Roma è tutta un Vespasiano”. 
Oppure lo sapevate che le statue della facciata di San Pietro rappresentano Gesù, San Giovanni Battista e 11 dei dodici apostoli. Qual è l’apostolo mancante? 
E perché si dice che furono le oche a salvare i Romani dall’attacco dei Galli? 
E infine, lo sapevate che le Terme di Diocleziano sono state le terme più grandi della Roma antica? All’epoca quasi nessuno aveva i bagni in casa, quindi immaginate quante persone vi si recavano ogni giorno. 
Volete saperne di più? Allora prendete il vostro smartphone o il vostro tablet, digitate il sito http://www.idotto.com/index.html, scaricate la vostra applicazione e lasciatevi guidare in un viaggio millenario alla scoperta delle storie, degli aneddoti e delle curiosità che hanno portato la Città Eterna ad essere quella di oggi, perché passato e presente sono legati da un fil rouge invisibile che scorre nei secoli, sempre e per sempre. 
Roma, città fortunata, invincibile ed eterna 
Tito Livio, Ab urbe condita. 

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Un nuovo capito di Itinerari D’Autore Roma e Provincia firmato della Guida Ufficiale Valentina Nera.
Stavolta la nostra esperta ci porta a scoprire un palazzo che sembra uscito da una fiaba!

Negli ultimi decenni dell’ancien regime, molti contadini francesi, oberati dal fisco, iniziarono ad emigrare. Tra questi Marino Torlonia decise di trasferirsi a Roma, dove con molta intraprendenza avviò delle attività commerciali riuscendo ad accumulare una discreta fortuna. Proprio per sancire la conquista del nuovo status sociale, la famiglia Torlonia si adoperò per ottenere i requisiti simbolici delle nobili famiglie romane. In quest’ottica venne concepito l’acquisto della Villa suburbana dei Colonna su Via Nomentana oggi Villa Torlonia.  Giovanni Torlonia, affidò la trasformazione della Villa al più importante architetto dell’epoca, Giuseppe Valadier, incaricandolo di trasformare il Casino in un’elegante costruzione neoclassica.  
L’edificio che più di altri ha subito trasformazioni nel corso dei secoli è, senza dubbio, l’attuale Casina delle Civette. A Giuseppe Japelli si deve la prima costruzione in forma di Capanna Svizzera a forma di L. 
Successivamente, quando Giovanni Jr ereditò la Villa, iniziarono ulteriori lavori di trasformazione; la primaria Capanna Svizzera divenne dapprima un Villaggio Medievale e in seguito la definitiva Casina delle Civette. Tutto questo venne realizzato con l’aggiunta di diversi corpi di fabbrica e la sovrapposizione di stili, dando vita ad un vero e proprio unicum in tutta la città di Roma. L’elemento fantastico è dominante, i tetti sono di varie forme e materiali così come gli elementi decorativi che arricchiscono ogni spazio della Casina. 

L’attuale aspetto si deve come già detto a Giovanni Jr, che nel 1925, quando la Villa divenne residenza di Benito Mussolini, si ritirò a vivere in questo luogo “modesto”, trasferendo su di esso il proprio carattere schivo e solitario, la propria passione per la notte e per la chiaroveggenza. Non a caso l’elemento dominante è la Civetta, simbolo delle tenebre, che grazie a propri occhi riesce a vedere anche nell’oscurità. Purtroppo, nel 1977, quando la villa, passata nelle mani del Comune di Roma, venne riaperta al pubblico innumerevoli furono gli episodi di atti vandalici che culminarono nel 1991 in un incendio proprio nella Casina delle Civette. 

Nel 1992 pertanto, fu necessario procedere a un restauro; vennero ricollocate in situ le Vetrate Artistiche fortunatamente rimosse in precedenza, e per quelle non più esistenti furono riprodotte delle copie identiche a partire dai cartoni preparatori originali; oggi la Casina ospita tra l’altro il Museo della Vetrata Artistica

Passeggiare all’interno delle piccole sale vi permetterà di immergervi in un mondo fantastico, numerosi sono i richiami ai simboli della Famiglia che la rese celebre; in particolar modo nel Salottino delle 24 Ore si può leggere una metafora cara ai Torlonia, i quali dopo vicende alterne riuscirono a risorgere così come la Fenice risorge dalle proprie ceneri, vera esaltazione dell’eternità del nome dei Torlonia. All’interno della Casina ammirerete moltissimi elementi zoomorfi come i  tralci d’edera che diventano lumachine negli estrosi capitelli. Nel Salottino dei Satiri, voli di Rondini e di Pipistrelli. Occhi vitrei di Civette vi guarderanno nella Stanza detta appunto delle Civette, appollaiate su nastri e tralci d’edera presentano degli occhi gialli realizzati a cabochon. Salendo al piano superiore ammirerete rose, nastri e farfalle coloratissime. 
Probabilmente la stanza che più di ogni altra rappresenta il gusto del Principe Giovanni è la Stanza dei Pipistrelli, ovvero la sua stanza da letto. Purtroppo in seguito all’incendio del 1991 l’ambiente ha perso il suo aspetto originario e originale, ma da alcuni documenti sappiamo che era pieno di civette ovunque. Carta da parati, pannelli del letto, lampadari, fino alla brocca, tutto era costellato da questo misterioso animale tanto caro al Principe. Di tutta la decorazione originaria resta una corona di pipistrelli sul soffitto, dipinto di azzurro scuro a simulare un cielo notturno. 
Quando la vostra visita si concluderà, uscendo dalla Scala delle Quattro Stagioni potrete ammirare il volo  degli uccelli migratori lungo le vetrate romboidali e  sarà come non sentire la differenza tra l’interno e l’esterno. 
Probabilmente non vi sembrerà di aver visitato un Museo, ma di essere stati in un castello fatato. 

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 La Guida Turistica per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci guida in un itinerario a San Polo dei Cavalieri, un borgo dalla storia antica e avvincente.



San Polo dei Cavalieri si erge a circa 650 metri alle pendici del Monte Morra e del Monte Gennaro nel cuore del parco dei Monti Lucretili; domina l’intera valle e sul punto più alto del paese l’occhio può spaziare a 360° in un’ampia visuale che va dai monti sino al mare.

La sua storia comincia da molto lontano, l’antico Castrum Sancti Pauli fu fondato intorno all’anno 1000 dai monaci di San Paolo fuori le Mura,che divenne poi trasformato dal dialetto in San Polo. In un documento del 1081 compare con il nome di Sancti Pauli in Jana, questa denominazione è stata a lungo studiata ed è tuttora motivo di discussione tra diverse scuole di pensiero. Per alcuni il termine Jana è da identificarsi con Giano, Dio di tutti gli inizi materiali e immateriali è rappresentato spesso con un duplice volto, uno che rivolge lo sguardo al passato e uno al futuro. Un’altra ipotesi, probabilmente la più verosimile, è quella che attribuisce la dicitura a Diana, Dea delle selve, dei monti e della caccia, peraltro a quella data molto venerata nella vicina Tivoli. Infine, l’ultima ipotesi è quella che rimanda ad una trasformazione dialettale del termine Gennaro, dal monte che domina il paese, in Jana.

Durante questi anni il Castrum si trovò a doversi difendere continuamente dagli attacchi dei Tiburtini, i quali ambivano ad avere San Polo soprattutto per la strategica posizione di dominio. Questo periodo di battaglie si risolse nel 1390, quando il feudo venne concesso da Bonifacio IX a Giovanni Orsini come ricompensa per i servigi resi alla corte papale. Gli Orsini iniziarono così dapprima ad accattivarsi la popolazione e nel 1433 circa iniziarono la costuzione del Castello, che riproducendo in sintesi la disposizione topografica del vecchio fortilizio, si sviluppò a partire dalla roccaforte centrale, verosimilmente presente già dal ‘600 e ritenuta da alcuni parte di un antica costruzione romana. Il palazzo, di forma quadrangolare presenta agli angoli quattro torri merlate. In questi anni grazie al forte legame che univa gli Orsini e i Sampolesi il feudo visse una fase di dominio incontrastato tenendo a scacco buona parte della nobiltà romana.

Alla metà del 1500 circa diminuì gradualmente lo stato di guerriglia nei feudi della campagna romana, pertanto, i vecchi castelli del Lazio persero la loro importanza e furono trasformati da fortezze in dimore nobiliari. Questo accadde anche a San Polo, quando nel 1558 Paolo Giordano Orsini, per ben figurare nel corteo nuziale del cognato Francesco de Medici, vendette al Cardinale Pietro Donato Cesi per 27.000 scudi.

Il castello divenne sede di villeggiatura per raffinati esponenti della cultura romana. In particolar modo una spinta propulsiva in tal senso fu data dal Principe Federico Cesi, fondatore nel 1603 dell’Accademia dei Lincei, che sembra scrivesse proprio da qui delle lettere a Galileo Galilei aggiornandolo sugli studi di botanica che effettuava sul Monte Gennaro.

Gli Orsini, amanti delle arti mutarono l’aspetto del palazzo, in parte all’esterno con l’apertura di alcune finestre, ma soprattutto all’interno dove chiamarono i fratelli Zuccari e Girolamo Muziano ad affrescare le imponenti sale. Gli affreschi sono oggi parzialmente conservati, e testimoniano per altro quanto l’attività di questi artisti fosse intensa sia a Roma che fuori Roma; infatti, in quello stesso periodo si trovavano ad affrescare le sale della sontuosa Villa voluta da Ippolito d’Este nella vicina Tivoli.

Nel 1656 si abbatté sul castrum l’epidemia di peste che sterminò quasi tutti gli abitanti del paese, che venne ripopolato da 40 membri delle famiglie superstiti. Da questo momento i Cesi iniziarono a trascurare San Polo e il 2 maggio 1678 vendettero alla famiglia Borghese. Questi, probabilmente ancora ebbri delle gesta di papa Paolo V e del suo Cardinal nepote Scipione Borghese, non dimorarono mai qui, anzi lo affittarono quasi subito a un certo Pietro Trusiani. In questi anni il castello venne adibito a granaio, lo si può dedurre oltre che dai documenti, da alcuni segni rilevati sugli affreschi dei fratelli Zuccari al piano nobile, dove delle linee verticali parallele starebbero proprio ad indicare la quantità di grano che affluiva.

Da un documento del 22 settembre 1706 compare per la prima volta la definizione Dei Cavalieri, anche per questa sono state proposte diverse identificazioni. Da quella romantica che fa risalire il toponimo al soggiorno di due cavalieri francesi a quella romanzata che attribuisce legami ai Cavalieri Templari.

Ma anche in questo caso c’è una spiegazione più logica oltre che verificabile. L’aggiunta dei Cavalieri deriverebbe dal periodo di dominio degli Orsini e in particolar modo dal fatto che Mario Orsini del ramo di Tagliacozzo nel 1532 aveva ereditato i beni di sua madre Giovanna dei Cavalieri aggiungendo pertanto il cognome di quest’ultima e diventando Orsini dei Cavalieri e successivamente solo dei Cavalieri.

Attualmente il paese si presta per il suo clima ottimale a ospitare viaggiatori che siano sia in cerca di riparo dalla calura capitolina sia agli escursionisti che si accingono a percorrere i sentieri dei monti circostanti.

Il Castello è oggi di proprietà privata, ma vi auguro un giorno di avere la possibilità di salire fino in cima e di poter affacciarvi dal punto più alto del mastio centrale per godere del meraviglioso panorama a 360° che spazia dai monti sino al mare.

Foto di Valentina Nera


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La nostra preparatissima Guida Turistica per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci guida in un itinerario a Galleria Borghese.

I Borghese, di origini senesi, raggiunsero Roma a fine ‘500, dove possedevano “una vigna”, anche detta giardino. 
La villa in questione è l’attuale Parco di Villa Borghese, uno dei parchi più estesi di Roma, è delimitato da ben nove ingressi che ne consentono l’accesso dai quartieri centrali della città, Salario, Flaminio e Pinciano.
All’interno del parco si erge in tutta la sua maestosità il “Casino Nobile”, sede attuale della Galleria Borghese, fu fortemente voluto da Scipione Borghese, che lo fece edificare nel 1600 con la ferma volontà di realizzare un meraviglioso scrigno architettonico e artistico. Scipione, ricoprì un ruolo centrale nella Roma Barocca, soprattutto a seguito dell’elezione al soglio pontificio dello zio. Paolo V, al secolo Camillo Borghese fu eletto il 16 maggio 1605, ed è a partire dalla sua elezione che Scipione sacrificò ogni ambizione al possesso delle arti, diventando il “vero padron di Roma”. Il Cardinal nepote rinunciò a parti di eredità pur di ottenere le collezioni che già appartenevano alla sua famiglia; mutò il concetto di principe mecenate, in quello di principe collezionista.

 L’elemento di assoluta innovazione nel collezionismo Borghese fu che la famiglia non si servì mai degli artisti per identificare il duplice aspetto di potere e papato, al contrario, buona parte delle opere furono commissionate o acquistate per un puro e semplice godimento personale.
Tra gli artisti che Scipione tenne d’occhio sin dal proprio esordio c’è Michelangelo Merisi da Caravaggioche individuò tra molti altri con uno spiccato istinto di conoscitore ed estimatore. Attualmente sono in collezione Borghese sei dei dodici dipinti che appartenevano a Scipione, e ognuno di questi ha una storia particolare sia nella realizzazione sia nelle modalità con le quali giunse nel Casino Nobile.
Probabilmente di questi, soltanto il San Girolamo fu commissionato direttamente a Caravaggio da Scipione. Il Santo è rappresentato in maniera inusuale nelle vesti di scrittore e non in quelle di penitente, e dagli archivi risulta che si trovi qui sin dalla metà del ‘600. Per quanto riguarda invece, Davide con la testa di Golia, una commissione Borghese è solamente ipotizzabile; sia l’eroe biblico che il gigante Golia sono ritenuti da alcuni studiosi ritratti del pittore di età differenti. La datazione dell’opera risulta incerta, e alcuni tendono ad attestarla successivamente all’omicidio del Tommasoni, avvenuto il 29 maggio 1606, che costrinse il pittore alla fuga; questa datazione è avvalorata in particolar modo dalla drammaticità dell’espressione dei personaggi.

Per quanto concerne l’opera  la Madonna dei Palafrenieri è sicuramente riscontrabile dalle fonti un acquisto da parte di Scipione.
L’olio su tela fu realizzato nel 1606, ed era destinato all’altare della Confraternita dei Palafrenieri in San Pietro. Caravaggio scegliendo un tema tratto dall’Antico Testamento rappresenta la Madonna e il Bambino nell’atto di schiacciare con i piedi il serpente del peccato, affiancati dall’anziana Sant’Anna madre della Vergine. Il dipinto fu rimosso dall’altare della Confraternita per volontà del neo eletto Paolo V e confluì direttamente nella collezione del Cardinal nepote, che se lo accaparrò ad un prezzo irrisorio. Pertanto possiamo parlare di rifiuto di un’opera che non interpretava la linea della Chiesa Controriformata, o piuttosto di una volontà di Papa Paolo V di assecondare il suo nipote preferito?
Proseguendo, troviamo il San Giovanni Battista, l’opera era parte del bagaglio che Caravaggio portava con sé nel momento in cui, dopo quattro anni di esilio a seguito dell’omicidio Tommasoni, nel 1610 Paolo V gli concesse la Grazia e dunque la possibilità di rientrare a Roma. Stando alle fonti, questa è proprio l’opera che permise l’intercessione di Scipione presso Paolo V affinché tutto ciò avvenisse.
Infine, come non menzionare le opere che il Cardinale desiderava ed ottenne ad ogni costo; sia il Giovane con canestra che il Bacchino malato appartenevano a  Giuseppe Cesari detto il Cavalier D’Arpino, uno dei pittori più prestigiosi della Roma dell’epoca amato da Principi e Papi,  presso la cui bottega Caravaggio aveva lavorato per diverso tempo non appena giunto a Roma.
Entrambi le opere si datano al periodo degli esordi del pittore, e  mostrano il suo genio creativo e la facilità con la quale riusciva a rendere, forse ispirato dagli insegnamenti di Leonardo, i moti dell’anima insieme ad un’abilità “fiamminga” nella trattazione delle nature morte.

Le due opere, facevano parte delle centosette che nel 1607 Papa Paolo V confiscò al Cavalier D’Arpino e che confluirono direttamente nella collezione del Cardinale.
Scipione, indiscusso padrondella Roma Barocca, coadiuvato e sostenuto dal potente zio Papa, non esitò a prendere sia con le buone che con le cattive tutto quello che lo affascinava, e che riteneva degno della sua raccolta artistica.
Probabilmente il Cardinal nepote non fu affatto amato dai suoi contemporanei, ma resta il fatto che a noi, “moderni”, la sua arroganza spietata ci permette oggi di visitare un vero e proprio scrigno di meraviglie, che attraverso la varietà di temi, stili e periodi artistici, ci consente di ripercorrere in particolar modo le più importanti tappe dell’arte italiana.

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Il Museo del Giocattolo di Zagarolo esplorato e spiegato da Valentina Nera, Guida Turistica di Roma e Provincia.

Spesso nelle definizioni del termine giocattolo si fa esclusivamente riferimento ai bambini, poiché di fatto riuscire ad identificare il termine con poche parole è davvero complesso.
Il giocattolo appartiene ad ogni persona, ad ogni cultura, ad ogni società indipendentemente dal grado di ricchezza, sviluppo o democrazia. A chi non è capitato di vedere al telegiornale o in qualche documentario immagini di bambini a qualsiasi latitudine intenti a realizzare qualcosa con cui giocare. A onor del vero però va anche precisato che nei popoli cosiddetti industrializzati, moderni, occidentali, i bambini e non solo hanno perso in larga parte questo stimolo alla manualità, alla realizzazione dei propri giochi, forse perche qui si trovano nei supermercati, nei negozi specializzati e non solo, belli luccicanti ed imballati, che attirano e chiamano a sé, ovviamente quando non si ha già in mente un I-Padma questa è tutta unaltra storia.

Nella Città di Zagarolo in provincia di Roma, è nato nel 2005 il Museo Demoantropologico Regionale del Giocattolo, che ha ampliato progressivamente le proprie collezioni fino a diventare oggi, sia per il numero di oggetti presenti, sia per lampiezza degli spazi espositivi, il Museo del Giocattolo più grande dItalia, e uno dei maggiori in Europa. È ospitato allinterno del Palazzo Ducale, nella zona del vecchio castello medievale.

Entrando nel museo farete un lungo passo allindietro, da intendersi sia come memoria personale, sia collettiva. Si passa da giochi semplici composti da materiali comuni e poveri, fino ad approdare alla nascita della plastica, invenzione rivoluzionaria che ha stravolto la metodologia produttiva, permettendo di abbassare i prezzi dei giocattoli, ma al contempo non ha impedito che perdessero parte del loro fascino eterno.
 Sarà possibile ripercorrere le tappe del Corriere dei Piccoli, nato nel 1908, uscì per la prima volta il 27 dicembre come supplemento del Corriere della Sera.
Tra le cose più interessanti è doveroso citare La sala dei giochi a cascata, ovvero quei giochi dal piano reclinato, antenati dei moderni flippers, presentano in alcune varianti lo sfondo con la cartina italiana, con i confini e la toponomastica dellepoca. Rilevante è il Plastico di 25mq esposto nella Sala XI che rappresenta un impianto ferroviario degli Stati Uniti degli anni 30.
Particolarmente curata è la sezione dedicata allautomobile, mezzo che ha rivoluzionato la vita del Novecento, permettendo di accorciare le distanze e visitare luoghi fino ad allora considerati lontani, nel gioco ha assunto  la valenza simbolica di viaggiare innanzitutto con la fantasia.

Un consigliopartite dalla fine del percorso poiché anche se stravolgerete la componente cronologica, arriverete pronti per poter ammirare limponente raccolta della Sala del Trono; qui sono individuabili cinque aree tematiche: la città e le architetture, il tempo libero, giochi allaperto, giochi di guerre e le giostre. Nelle teche di questa sala si possono osservare i Giochi didattici, particolarmente voluti dalla Montessori sono concepiti a metà tra lattività ludica e quella di apprendimento, tra quella di svago e quella di crescita.
Il museo ha come scopo principale quello di offrire al pubblico di tutte le età, occasioni di approfondimento e interazione con il GIOCATTOLO, nella sua forma più evocativa e affascinante. Soltanto se riuscirete ad annullare lesterno e a farvi coinvolgere completamente vedrete il boa che digerisce lelefante e non un cappello!
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Immagine presa dal web


La nostra Valentina, Guida Turistica di Roma e Provincia, ci suggerisce un nuovo Itinerario d’Autore e stavolta ci porta a scoprire Roma… in un’ora. Pensate sia impossibile? Lasciatevi guidare dall’esperta!


Siete a Roma, nella maestosa Città Eterna, nel museo a cielo aperto più grande del mondo. Vorreste vedere tutto ma avete soltanto unora a disposizione.

Cosa fare allora? Scegliete di passeggiare davanti al Colosseo? Fate un salto a Fontana di Trevi e lanciare la famosa monetina, sperando di tornare a Roma ed avere più tempo a disposizione? Visitate, file chilometriche permettendo, la Cappella Sistina?
Oppure scegliete di vedere tutto, in unora soltanto!
Da qualche anno questo è possibile; nel 2007 infatti, sono stati inaugurati due ascensori panoramici che permettono di raggiungere il punto più alto del Complesso del Vittoriano, dal quale si può ammirare Roma a 360 gradi. La realizzazione di questa opera, ha generato non poche polemiche, di fatto, è stata concepita come unaddizione estranea al monumento e dunque dotata di reversibilità totale. 


Credits Valentina Nera

Non appena si apriranno le porte dellascensore, vi troverete sulla Terrazza delle Quadrighe, e probabilmente rimarrete senza parole davanti a quel panorama mozzafiato.

Da qualsiasi lato vi affaccerete, la vostra vista ne rimarrà appagata; sarà inevitabile guardare per prima cosa il Colosseo, simbolo assoluto di Roma, dellimpero, e della sua eternità. Con la sua facciata in travertino alta circa 48 metri, domina sui Fori Imperiali.
Procedendo poi in senso antiorario, il vostro sguardo cadrà su Piazza Venezia, e da lì, su Via del Corso, o meglio, sul Tridente, cioè, sulle tre strade rettilinee che partendo da Piazza del Popolo e divergendo verso sud assumono la forma di un Tridente. Rimarrete colpiti dalla sontuosità della Cupola di San Pietro, simbolo di tutta la cristianità. Il Cuppolone, come lo chiamano i Romani,  è una sintesi perfetta tra cultura Rinascimentale e cultura Barocca. 
Credits Valentina Nera

Alternando lo sguardo sui palazzi, sulle chiese e sulle cupole barocche del centro e continuando fino in fondo, troverete lo Stadio Olimpico, inaugurato il 17 maggio 1953;  rappresenta il più capiente impianto sportivo di Roma, secondo in Italia solo al Meazza di Milano. 

Continuando il vostro giro a 360 gradi, potrete ammirare larea del cosiddetto Ghetto Ebraico di Roma, uno dei ghetti più antichi del mondo. Seppur abbia perso in parte le caratteristiche originarie, rimane uno dei punti di riferimento della comunità ebraica di Roma.
Spostandovi di poco, troverete il Teatro di Marcello, costruito per volere di Giulio Cesare fu dedicato da Augusto nel 13 a.C. alla memoria del nipote e genero Marcello.
La vista dinsieme si concluderà su Piazza del Campidoglio, elaborazione scenografica di Michelangelo, dove è collocata una copia delloriginale statua di Marco Aurelio, oggi ricoverata nei Musei Capitolini .
Immagine presa dal web

E se volete guardare meglio, sulla terrazza sono installati dei cannocchiali, che aumenteranno ancora di più la vostra visione e percezione della città.

Quello che vi ho raccontato finora è un buon compromesso per vedere tutto in poco tempo; però, qualora possiate, vi invito a prendervi anche solo una giornata, o magari un weekend o meglio ancora qualche giorno perché come disse  Goethe Solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma.
Lasciati guidare

Valentina Nera Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia.
Tessera n° 4192

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valenera@hotmail.it; 3339841466. 



La rubrica Itinerari d’Autore si arricchisce di un nuovo membro: questa volta a guidarci alla scoperta delle bellezze della sua regione sarà Valentina NeraGuida turistica autorizzata per Roma e Provincia. 

Valentina inizia questo nuovo viaggio da Genazzano, paese nelle immediate vicinanze della Capitale che diede i natali ad un papa e fu sede di ville e dimore aristocratiche.


Genazzano è un paese in  provincia di Roma che si erge su un blocco di tufo nella parte meridionale dei Monti Prenestini. Fu abitato fin dall’epoca romana, e data la vicinanza con la capitale e l’amenità della zona, fu sede di ville e dimore aristocratiche e imperiali. Il paese ha dato i natali a Papa Martino V, al secolo Oddone Colonna (1368-1431) il quale, incoronato nella cattedrale di Muster a Costanza nel 1417, riportò nel 1420 la sede papale definitivamente a Roma ponendo fine alla “cattività avignonese”. Il primo documento che attesta l’esistenza del ramo autonomo dei Colonna di Genazzano è un mandato pontificio del 5 novembre 1257 redatto per la  volontà di Pietro Colonna di Genazzano di muovere causa contro gli eredi dello zio paterno Oddone Colonna di Olevano.

Il borgo è ricco di testimonianze che si riferiscono alla famiglia Colonna. Il Castello Colonna, oggi di proprietà comunale, si erge nella parte più alta dell’abitato e la storia è legata indissolubilmente alla famiglia. Il primo documento che riguarda un castrum risale al 1022. Nel 1151 papa Eugenio III concesse in perpetuo a Oddone I, signore di Colonna e Zagarolo, il feudo nel quale verosimilmente era compreso anche Genazzano. Proprio in questo periodo il Castello fu ampliato soprattutto per quanto riguarda le prime fortificazioni; ma fu con l’avvento di Papa Martino V che il palazzo prese le fattezze attuali. Oggi ospita il CIAC (Centro Internazionale di Arte Contemporanea) e, tra gli eventi più significativi che ha ospitato nel corso del tempo, è d’obbligo segnalare “Le Stanze” manifestazione artistica svoltasi tra la fine del 1979 e l‘inizio del 1980, curata da Achille Bonito Oliva, che ha visto l’esposizione delle principali opere delle Transavanguardia.

Il borgo di Genazzano mantiene l’impianto originale nato dopo la convenzione stipulata da Fabrizio e Stefano Colonna nel 1379 circa, con la quale si regolava la costruzione di nuove abitazioni per il popolo all’interno delle mura del Castello.

Proseguendo la nostra passeggiata, incontriamo San Nicola, chiesa ufficiale della famiglia Colonna, è proprio qui che avvenne il battesimo di  Martino V. La Chiesa risale al XIII sec. e conserva una bellissima pavimentazione cosmatesca in opus tassellatum girato intorno a grandi ruote.
 Lungo il centrale corso Vannutelli c’è Palazzo Apolloni, ritenuto da alcuni la casa natale di papa Martino V. Si tratta di un edificio gotico in stile aragonese opera di maestranze italo-spagnole; notevoli sono le eleganti finestre bifore.

L’elemento più suggestivo del paese è sicuramente il Ninfeo Bramante, che deve il nome all’impronta bramantesca,  e sorge su quello che era il giardino vecchio del Castello.

L’edificio si articola in un loggiato a tre campate che immette in un ambiente absidato
retrostante e, a sinistra, in un piccola stanza ottagona con vasca circolare al centro; ai lati del loggiato l’edificio si prolunga in due stanze quadrate con piccoli ambienti retrostanti. Le arcate della facciata poggiano su massicci pilastri con un ordine gigante di semicolonne sul fronte e inquadrano prospetticamente le retrostanti tre serliane che a loro volta si aprono sugli spazi dell’ambiente absidato interno.
Probabilmente l’edificio costituiva un luogo di sosta lungo la via che da Genazzano conduceva a Paliano, dove i Colonna avevano la loro riserva di caccia (la Selva), svago preferito all’epoca da queste famiglie di nobiltà guerriera. 
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Valentina Nera Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia.
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