Capodanno in Thailandia

 La Thailandia, grazie alla storia millenaria e alle tante tradizioni ad essa legate, ha un fitto calendario di feste e manifestazioni durante tutto l’anno. Da Capodanno ai festival di tradizione buddista, sono tante le occasioni per avvicinarsi al folklore e alla cultura del paese del sorriso.

Capodanno in Thailandia 

Songkhran Festival Thailandia
La Feste dell’acqua segna il Capodanno thailandese
In Thailandia si festeggiano ben 3 Capodanni: il Capodanno thailandese, il Capodanno Cinese e il Capodanno Occidentale.
Dei tre, il Capodanno thailandese, ovvero il Songkhran Festival, è senza dubbio il più suggestivo: si celebra tra il 13 e il 15 aprile e segna il nuovo anno lunare buddhista. Dichiarato festa nazionale, è un evento molto sentito dai thailandesi che lo festeggiano in famiglia, spesso facendo visita a parenti e amici. Il Songkhran è noto come la festa dell’acqua perché per l’occasione le statue e le immagini del Buddha vengono spruzzate d’acqua dai monaci, e nello stesso modo i fedeli rendono omaggio ai monaci e festeggiano tra loro.
Al di là dell’aspetto religioso, il Capodanno thailandese è una festa che vede una grande partecipazione da parte della gente, che scende nelle strade per festeggiare con giochi d’acqua e gavettoni, approfittando del clima estivo di aprile. Spesso le spruzzate si tramutano in veri e propri secchi d’acqua. Se visitate la Thailandia durante il Songkhran, approfittante per partecipare ai festeggiamenti buttandovi nella mischia.
I festeggiamenti per il Capodanno occidentale si contraddistinguono per le offerte che vengono fatte ai monaci buddisti e per i fuochi d’artificio che illuminano il cielo dei grandi centri urbani e delle maggiori destinazioni turistiche.
Il Capodanno cinese è un evento altrettanto importante, dal momento che in Thailandia risiedono oltre sei milioni di cinesi. Celebrato tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, segna l’inizio dell’anno lunare. 

Le feste dedicate al Re

Il 5 dicembre a Bangkok si festeggia il compleanno del re Rama IX, con celebrazioni in grande stile che testimoniano la venerazione dei thailandesi per la casa reale. 
Tra maggio e giugno si celebra la cerimonia dell’aratura. Festa di origini antiche, segna l’inizio della stagione di semina del riso, alimento fondamentale per la cucina e l’economia thailandesi. 

Il Festival delle Lanterne

Festival delle Lanterne Thailandia
Le lanterne di carta si librano in cielo durante lo Yee Peng
Il Festival delle Lanterne, o Yee Peng, ha conosciuto grande notorietà negli ultimi anni grazie alle straordinarie immagini diffuse dal web che mostrano centinaia di lanterne illuminare la notte. Il Festival si tiene a Chang Mai, nota località turistica nel nord della Thailandia, la prima luna piena del dodicesimo mese del calendario thailandese. In realtà il festival si celebra due volte a distanza di una settimana. Il secondo appuntamento, una settimana dal primo, è dedicato ai visitatori stranieri con una cerimonia in inglese e numerosi eventi, concerti e spettacoli. Nonostante l’alta affluenza che tende a guastare in parte la magia, il Festival delle Lanterne è un’occasione straordinaria per vivere l’affascinante cultura thailandese e per scattare fotografie memorabili.

La festa di Loi Krathong

Festa delle Luci Thailandia
La Festa delle luci è uno degli eventi più suggestivi in Thailandia
La festa di Loi Krathong, nota anche come Festa delle luci, è un’altra tradizione religiosa di grande suggestione. Anche questo evento è legato alla luna piena e all’acqua, elementi ricorrenti e fondamentali nella cultura thailandese. La festa si tiene nella notte di luna piena alla fine di ottobre o all’inizio di novembre e celebra la discesa del Buddha sulla Terra. Diffuso a livello nazionale, questo festival vanta oltre 800 anni di storia ed è molto sentito dai thailandesi. Per l’occasione, migliaia di candele vengono fatte scivolare sui fiumi per illuminare la strada del Buddha.

Il Full Moon Parti du Koh Phangan

Se siete appassionati di feste sulla spiaggia, avrete sicuramente sentito nominare il Full Moon Party. L’evento ha luogo sulla spiaggia di Haad Sin Non, sull’isola di Koh Phangan, ogni notte di luna piena. Celebrato da un ventennio, ha attirato negli anni folle sempre più numerose, al punto che in alta stagione si toccano punte di oltre 20 mila spettatori. Musica a tutto volume e fiumi di alcol accompagnano una notte di balli e bagordi che dura fino al mattino. Oramai il party ha assunto una dimensione talmente commerciale da essersi sdoppiato in ben altre due feste, per rispondere alla domanda delle centinaia di turisti che arrivano sull’isola. L’Half Moon Party e il Black Moon Party si tengono la settimana prima e quella dopo del Full Moon Party.

Leggi anche: Phi Phi Island, l’isola incantata 


 

(Read this post in english) 

La Cambogia ho scelto di raggiungerla via terra, un lungo e polveroso viaggio di quasi dieci ore in pullman per coprire i poco più di 400 chilometri che separano Bangkok da Siam Reap, la cittadina che sorge accanto ai templi di Ankor. Un viaggio che trascende la semplice dimensione di attraversamento di una frontiera per diventare un trapasso da un pianeta ad un altro, il passaggio dal mondo civilizzato della Thailandia, fatto di lunghe strade asfaltate contornate da campi coltivati, a quello selvaggio della Cambogia, dove le strade scompaiono per lasciare spazio a polverose e dissestate vie di terra, che la pioggia ciclicamente trasforma in fiumi di fango.

Arrivando dalla Thailandia il mio primo assaggio di Cambogia è Poipet, la località di frontiera dove bisogna armarsi di pazienza per attendere l’espletamento delle lunghe formalità doganali, che dopo svariate e snervanti ore di attesa si riduce ad un semplice timbro che un qualche sonnolento impiegato doganale stampiglia sul passaporto degnandoti a mala pena di uno sguardo. Inganno l’attesa osservando il mondo attorno a me, un universo fatto di bambini urlanti che si aggrappano ai malcapitati turisti per ottenere penne, gomme da masticare o qualsiasi altro oggetto che abbia l’aria occidentale; uomini che trascinano carretti carichi di ogni merce, donne sedute fuori dall’uscio di casa intente a preparare intrugli difficili da chiamare cibo; mi passa davanti un camion carico ben oltre l’altezza del rimorchio e sulla cui sommità stanno appollaiati dei passeggeri: mi chiedo come abbiano fatto ad arrampicarsi fino a lassù!
Finalmente tutti i viaggiatori arrivati con il mio stesso autobus da Bangkok passano la dogana e ripartiamo, ma presto il nostro viaggio è di nuovo interrotto. La pioggia torrenziale che cade già da qualche ora ha dissestato le strade e un ponte ha ceduto; dobbiamo aspettare che arrivi un autobus più piccolo che possa avventurarsi per le strade divenute fiumi di fanghiglia; dopo quella che a me sembra un’immensità arriva finalmente il nuovo autobus; ripartiamo ma vista la velocità imposta dal fondo stradale scivoloso mi chiedo se non faremmo prima ad andare a piedi; dietro al finestrino mi sfila davanti la campagna cambogiana, interminabili distese di campi e qua e la qualche contadino intento a lavorare con l’aratro trainato dai buoi: sembra una scena tratta da film ambientato nel passato ma quella che scorre oltre il finestrino è la Cambogia vera, un mondo così diverso e lontano dal mio; lungo la strada incrociamo tante capanne di lamiere e legno da cui escono bambini che si precipitano in strada al passaggio degli autobus dei turisti sperando di racimolare qualche caramella o qualche penna. Sono talmente tanti che spesso l’autobus è costretto a fermarsi per attendere che l’entusiasmo dirompente della giovane folla si plachi e ci lascino passare.
Una selva di grandi occhi neri mi osservano dalla strada, occhi che trasmettono la stessa meraviglia e gioia che leggo nei volti dei bimbi occidentali, ma un universo separa questi bambini dai nostri: mi chiedo se questi andranno mai a scuola, se avranno mai un lavoro, se vedranno mai una grande città, il mare, le montagne. Mi domando se questo paese sarà in grado di dare loro un futuro. L’autobus riprende la sua corsa ma per qualche metro ancora i bambini ci inseguono e nell’aria riecheggiano parole come “candy” o “pen” che diventano quasi una cantilena che piano piano si smorza.
Cala la sera e il buio e la pioggia incessante e copiosa rendono più difficile proseguire, la strada si fa sempre più stressa, le ruote del nostro autobus passano a filo del ciglio, guardo giù preoccupata, il rischio che l’autobus cada nel fossato è alto. Mentalmente mi maledico per aver scelto di raggiungere la Cambogia via terra, bastava poco più di un’ora di volo per arrivare a Siem Reap da Bangkok. Ma oramai sono qui e non posso che sperare di arrivare tutta intera a destinazione.

D’improvviso l’autobus si ferma, guardo fuori ma subito la speranza di essere arrivati svanisce di fronte al paesaggio di campagna che il buio lascia intravedere  L’autista ci informa che di fronte a noi il ponte, che poi non è altro che una serie di assi di legno accostati, è crollato per metà della sua larghezza, dobbiamo attraversarlo a piedi e dall’altra parte c’è un altro autobus che ci porterà a destinazione. Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo verso il ponte, ridotto ad un’asse di legno infangata e scivolosa della larghezza di non più di cinquanta centimetri. Guardo il nostro accompagnatore titubante, sono terrorizzata all’idea di scivolare e cadere nel fiume che ci scorre sotto ai piedi ma non ho scelta: la mia strada verso Ankor Wat passa di qui. Attraverso il ponte a passi lenti ma decisi e in un attimo sono dall’altra parte, dove mi attende il nostro accompagnatore con la mano tesa e un sorriso stampato sul visto: i cambogiani non si lasciano toccare dagli imprevisti, li accettano con grande serenità d’animo; in un paese senza strade non ti puoi permettere di innervosirti se un ponte cede.
Finalmente risaliamo sull’altro autobus e dopo altre due ore di pioggia e fango raggiungiamo il centro di Siem Reap, dove ci attendono i gestori di alcune guest house per proporci l’alloggio. Scelgo quello con la faccia più simpatica, lo seguo e in pochi minuti arriviamo alla guest house, mi sistemo nella mia stanza, semplice ma confortevole, e sprofondo esausta in un sonno profondo.
L’indomani mi sveglio con i rumori che provengono dalla cucina dove il nostro ospite sta preparando la colazione. Dopo un pasto a base di frutta e riso, decido di dare uno sguardo al paese in attesa che arrivi la mia guida per i templi di Ankor Wat.
Siam Reap è un semplice paese fatto di case, baracche e strade polverose, frequentato dai turisti  grazie alla sua vicinanza con Angok, l’immenso complesso di templi Khmer divenuto un sito archeologico di inestimabile valore storico e di rara suggestione.
Mi dirigo verso l’animato mercato dall’altra parte della strada: ospitate sotto una serie di baracche in lamiera, varie bancarelle espongono frutta, verdura e qualche oggetto d’artigianato. A colpirmi sono i volti della gente, sereni e cordiali, pronti al sorriso; questa gente non ha nulla, vive in capanne spoglie e umide in un cittadina in mezzo al nulla, eppure sembrano avere la cosa più preziosa, un magnifico sorriso stampato sulla faccia. Dialogare con loro è impossibile, a parte le guide turistiche qui nessuno parla inglese ma sembra che la comunicazione verbale sia superflua; una donna mi accoglie sorridente mentre mi avvicino al suo banchetto, mi guarda con dolcezza e con un gesto della mano mi mostra la sua merce, semplici gioielli in legno dipinto. Mi porge dei bracciali intrecciati in bambù  sono bellissimi nella loro semplicità ma ancora più belli sono il sorriso e gli occhi teneri di questa donna anziana, il cui volto, segnato profondamente dalle rughe, esprime una grazia e una tenerezza infiniti. I suoi modi mi conquistano e decido di acquistare i braccialetti ma non potendo chiederle quanto vuole estraggo qualche dollaro dalle tasche e glieli porgo; con le sue mani noccolute la donna prende una moneta, delicatamente mi chiude la mano lasciando il resto dei soldi all’interno  del mio palmo e mi guarda con gli occhi pieni di gratitudine sfoderando un meraviglioso sorriso sdentato: uno dei più bei sorrisi che ricordi, il volto rugoso più dolce che abbia mai visto. Quella donna avrebbe potuto prendere tutti i pochi dollari che le avevo porto ma con la dignità di chi non ha nulla, mi chiede solo pochi spiccioli. Conservo ancora quei braccialetti e ogni volta che li guardo penso a lei.
Mi avvio verso la guest house e nell’alzare lo sguardo verso la strada vedo un mare di biciclette che mi viene incontro: sono gli uomini e le donne che si avviano verso il lavoro nei  campi; qui nessuno ha la macchina, pochi il motorino, la maggior parte della gente si sposta in bicicletta. Nel controluce radente del mattino diventano sagome nere che avanzano lentamente sulla strada polverosa in un silenzio surreale interrotto solo dallo stridere delle ruote sulla terra. L’immagine di questo esercito silenzioso di biciclette che mi viene incontro è uno dei ricordi più vividi ed emozionanti che ho della Cambogia.
Arrivo alla guest house e mi siedo ad aspettare la mia guida che mi porterà ai tempi di Ankor, ma questa è un’altra storia e merita un altro post.

Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti, fornire le funzioni dei social media e analizzare il nostro traffico. Se si continua a utilizzare questo sito web senza cambiare le impostazioni dei cookie o si fa clic su "Accetto" di seguito, si acconsente a questo. Per informazioni su come disabilitare i cookie, leggere l' Informativa estesa

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi