La nostra guida per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci porta a scoprire un angolo molto suggestivo della capitale, il Quartiere Coppedè, i cui edifici rappresentano un interessante sunto delle grandi correnti artistiche europee di inizio Novecento.

Immaginate di essere a Roma alla fine dell’Ottocento, vi troverete davanti una città nel pieno di una crescente e costante trasformazione. Divenuta da poco capitale del Regno d’Italia, l’urbe necessitava di modifiche significative del tessuto urbanistico e architettonico. 
All’interno di questo ambizioso progetto, rientra l’area che oggi è chiamata Quartiere Coppedè, dal nome dell’architetto fiorentino che lo progettò. 
Gino Coppedè può essere considerato “figlio d’arte”, infatti, fu inserito fin da giovanissimo nell’azienda di ebanistica La casa Artistica del padre Mariano, esperienza che influenzerà non solo la sua formazione ma anche la sua carriera professionale. L‘area che progettò a Roma, si inserisce all’interno del più ampio quartiere Trieste nel territorio amministrativo del II Municipio, tra piazza Buenos Aires e Via Tagliamento. 
I lavori iniziarono nel 1917, ma procedettero a rilento nei primi anni a causa della guerra. Tra 1925 e 1926 fu terminata Piazza Mincio, il perno centrale intorno al quale ruota tutto il quartiere e nel 1927, anno in cui morì Gino Coppedè, il nucleo principale del progetto originario era concluso. 

Una sintensi delle nuove tendenze artistiche di inizio Novecento

Nella progettazione dell’area Coppedè racchiuse tutte le nascenti idee che dai laboratori londinesi di Artur Liberty si andavano diffondendo in Europa attraverso oggetti, stoffe e arredi di gusto floreale, con nomi differenti ma identiche scelte stilistiche. Dall’Art Nouveau di Francia, alla Secessione Austriaca passando per il Modernismo Spagnolo fino al Jugendstil Tedesco e al Floreale Italiano; tanti nomi per indicare la stessa tendenza, una volontà di distaccarsi dagli stili storicamente accettati che non si accordavano più con una società industrializzata. Era necessario migliorare con le decorazioni gli oggetti prodotti dalle industrie, per evitare che la produzione in serie banalizzasse il tutto, generando un rifiuto dei consumatori. La società industriale cerca di darsi un’estetica attraverso l’asimmetria e l’eleganza decorativa, il dinamismo e la linea di contorno, pervasa da un’intensa fiducia nel nuovo; il liberty divenne in breve il simbolo della borghesia in ascesa. 
Gino, condividendo pienamente tutte queste tematiche, utilizzò nel Quartiere ogni tipo di materiale; ferro, marmo, vetro, tessere di mosaico, affresco, nulla manca nelle decorazioni, dove il ruolo dell’artigiano la fa da padrone. Ideò il progetto curando personalmente ogni dettaglio, pensò ai bassorilievi così come alle sculture. 
Entrando da Via Tagliamento siamo immersi in una dimensione fantastica che si ritrova in tutti i 18 palazzi e 27 tra palazzine ed edifici. Un imponente lampadario in ferro battuto ci accoglie sotto l’arco d’ingresso che presenta una singolare decorazione in cui tutti gli elementi architettonici sono disposti in maniera asimmetrica.

Quartiere Coppedè- particolare

Coppedè inserì negli ornamenti moltissimi simboli, numerosi gli alberi stilizzati, manifestazione simbolica della presenza divina, i cui rami rappresentano anche i cinque elementi, l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra. L’architetto riservò un’attenzione speciale alle rappresentazioni animali; dalla civetta simbolo di chiaroveggenza, all’aquila emblema del potere e della vittoria, fino all’ape, considerata dall’antica cultura romana una scoperta di Bacco. Al ragno è dedicato un palazzo, e le rane simbolo di rinascita e rigenerazione della vita arricchiscono la fontana centrale, tornata alla ribalta qualche decennio fa per il bagno che i Beatles vi fecero vestiti dopo un concerto al vicino Piper. 

Immancabili cavalli e cavalieri, simboleggiano il codice d’onore e di comportamento, interpretazione di forza e rettitudine.

Nei Villini delle Fate, Coppedè, volle celebrare il suo amore per la natìa Firenze, inserendo ritratti di Dante e Petrarca, stemmi delle maggiori famiglie fiorentine e una veduta di Palazzo della Signoria.

Da notare i Palazzi degli Ambasciatori, dove per diverso tempo abitò Gino Coppedè con la famiglia. Attualmente nel Quartiere ci sono sia abitazioni private, che in molti casi “si nascondono” agli occhi dei visitatori, sia edifici istituzionali come le Ambasciate di Bolivia e Sudafrica.

Il quartiere è talmente misterioso e per certi versi alienante che fu scelto come ambientazione per alcune scene dei suoi film da Dario Argento; scorci inediti si ritrovano in “L’uccello dalle piume di cristallo” del 1970 e “L’Inferno” del 1980.

Sul progetto di Coppedè sono stati scritti molti libri, e avanzate tantissime interpretazioni differenti, ma nessun testo, compreso il mio breve articolo, vale lo stupore di passeggiare tra tanti capolavori. Un sabato mattina di primavera, andate e lasciatevi incantare, chissà che non siate proprio voi a scoprire nuovi e inediti scorci del magico Quartiere Coppedè.

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Valentina Nera 
Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia. 
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Fino al prossimo 18 gennaio le Scuderie del Quirinale a Roma ospitano una importante mostra dedicata ad Hans Memling, l’artista che nella seconda metà del Quattrocento divenne il pittore più importante di Bruges, allora cuore commerciale ed artistico delle Fiandre. Una grande rassegna di opere che darà occasione al pubblico italiano di avvicinarsi e conoscere questo grande artista e l’arte pittorica del Rinascimento Fiammingo, che produsse opere di inestimabile valore artistico.
Si tratta di una estesa monografica, la prima realizzata in Italia, che vuole mostrare le straordinarie capacità pittoriche di colui che fu un protagonista assoluto della pittura fiamminga del Quattrocento. La mostra prende in esame tutti i diversi aspetti della sua opera, dalle pale monumentali d’altare ai piccoli trittici, oltre ai famosi ritratti, genere di cui Memling si impadronì facendo proprio e che seppe evolvere e perfezionare ritraendo i soggetti su uno sfondo paesaggistico, elemento che ebbe molto eco ed influenzò anche molti artisti italiani del primo Cinquecento.
La mostra si propone inoltre di approfondire il meccanismo del mecenatismo, elemento fondamentale nell’evoluzione della carriera dell’artista. Più di tutti i suoi contemporanei, Memling divenne il pittore amato dai mercanti e dagli agenti commerciali italiani a Bruges, divenendo così l’erede dei maestri fiamminghi che lo precedettero, Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden. Non è un caso che la pittura di Memling contenga elementi di continuità rispetto ad entrambe le figure, che lo ispirarono e costituirono la base da cui egli elaborò e sviluppò poi il suo personale stile.
Oltre a capolavori di arte religiosa provenienti dai più importanti musei del mondo, la mostra conta anche molti ritratti tra cui Ritratto di giovane dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Ritratto di uomo della Royal Collection di Londra senza dimenticare il magnifico Ritratto di uomo con moneta romana proveniente da Anversa e il  Ritratto di uomo, presente grazie alla gentile concessione della Frick Collection di New York.
 
La mostra è senza dubbio un’ottima occasione per un week end di arte e cultura a Roma!
 
 
 
 

La nostra guida turistica di fiducia per Roma, Valentina, ci presenta una nuova App per visitare la città.
Siete in partenza per un viaggio nella città Eterna? Volete scoprire gli angoli più suggestivi, le curiosità e le ricette tipiche? Avete voglia di girare in libertà, perdendovi tra i vicoli ricchi di storia? Siete in tanti, ma con curiosità diverse? Pensate che sia impossibile accontentare tutti e a rendere indimenticabile il vostro soggiorno?  La risposta è semplice e a portata di smartphone. 
iDotto, nuova e avanguardistica applicazione, guida vocale e mappa turistica, vi permetterà di vedere e approfondire quello che più vi piace. 
Grazie a iDotto potrete personalizzare il vostro tour, infatti, inserendo gli aspetti e gli argomenti da voi preferiti, sarete guidati a partire da questi, senza noiosissime introduzioni che non vi interessano, senza dover stare tutto il tempo con il telefono tra le mani a cercare quello che fa per voi. E mentre camminate per arrivare nel posto tanto desiderato iDotto vi racconterà dapprima quello che vi interessa, poi se avrete voglia ascolterete tutto il resto, altrimenti potrete fermarvi ad ammirare la vostra fontana preferita, una scultura che vi affascina, o i marmi intrisi di storia millenaria. 
A quanti di noi è capitato di scaricare sul telefono applicazioni o  mappe interattive, piene di contenuti interessanti, ma utilizzabili solo con la connessione internet? L’aspetto notevole di Idotto  è che tutto potrà essere fatto anche in modalità off line. Indossate gli auricolari, digitate una meta, e l’app grazie al GPS vi guiderà, con contenuti originali, pensati per voi e ultimo ma non ultimo, pensati per essere ascoltati, e non per essere letti. Questo è un aspetto da non sottovalutare, infatti, molto spesso, il limite delle applicazioni di stampo culturale-informativo  è proprio questo, contenuti troppo lunghi, troppo dettagliati, troppo letti e riletti su tutti i siti di informazione pseudo-culturale.

Potrete passeggiare liberamente, a testa alta, senza leggere, senza dover consultare continuamente mappe e cartine, senza lottare contro i riflessi del sole sul vostro smartphone per riuscire a vedere qualcosa. Avrete le mani libere, e d’estate le potrete usare per rinfrescarvi con una grattachecca, nata all’inizio del secolo scorso per combattere la calura estiva, è oggi una vera e propria istituzione, un simbolo della romanità moderna.  
Ma iDotto, non contiene soltanto contenuti di cultura. Siete pazzi per lo shopping? Bene, vi porterà nelle strade dello shopping. 
Volete visitare un luogo, ma non siete sicuri di attraversare mezza città per arrivarci? Posizionate la vostra app in modalità esplora e ascoltate cosa ha da raccontarvi, poi decidete se ne vale la pena. Inutile dirvi che a Roma vale sempre la pena. 
L’app può essere scaricata in due lingue, italiana e inglese, quindi potrete sfruttarla anche per allenarvi, per testare il vostro livello di inglese o molto più semplicemente potrete consigliarla al vostro amico di Londra che promette da anni di venire a trovarvi, ma non mantiene mai la parola data. Ditegli di scaricare l’app, sarà talmente affascinato dai contenuti e dalle curiosità, che la settimana successiva ve lo vedrete arrivare in casa vostra con una valigia che promette almeno 15 giorni di permanenza. 
Il team di iDotto, dopo i successi ottenuti, sta lavorando alla possibilità di realizzare anche altre applicazioni sulle città D’Italia, pensate a Firenze, Venezia e Milano, solo per citarne alcune. 
Ci sono 3000 racconti selezionati per voi.
Lo sapevate che Vespasiano inventò i gabinetti pubblici a pagamento? I Romani lo deridevano e criticavano per questa cosa, dicendogli che questi soldi avevano per così dire “un cattivo odore”,  ma lui senza lasciarsi influenzare dalle critiche rispondeva semplicemente “Pecunia non olet”. La citazione è talmente celebre che anche Alberto Sordi nei panni del Marchese del Grillo sentenziò “Roma è tutta un Vespasiano”. 
Oppure lo sapevate che le statue della facciata di San Pietro rappresentano Gesù, San Giovanni Battista e 11 dei dodici apostoli. Qual è l’apostolo mancante? 
E perché si dice che furono le oche a salvare i Romani dall’attacco dei Galli? 
E infine, lo sapevate che le Terme di Diocleziano sono state le terme più grandi della Roma antica? All’epoca quasi nessuno aveva i bagni in casa, quindi immaginate quante persone vi si recavano ogni giorno. 
Volete saperne di più? Allora prendete il vostro smartphone o il vostro tablet, digitate il sito http://www.idotto.com/index.html, scaricate la vostra applicazione e lasciatevi guidare in un viaggio millenario alla scoperta delle storie, degli aneddoti e delle curiosità che hanno portato la Città Eterna ad essere quella di oggi, perché passato e presente sono legati da un fil rouge invisibile che scorre nei secoli, sempre e per sempre. 
Roma, città fortunata, invincibile ed eterna 
Tito Livio, Ab urbe condita. 

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Un nuovo capito di Itinerari D’Autore Roma e Provincia firmato della Guida Ufficiale Valentina Nera.
Stavolta la nostra esperta ci porta a scoprire un palazzo che sembra uscito da una fiaba!

Negli ultimi decenni dell’ancien regime, molti contadini francesi, oberati dal fisco, iniziarono ad emigrare. Tra questi Marino Torlonia decise di trasferirsi a Roma, dove con molta intraprendenza avviò delle attività commerciali riuscendo ad accumulare una discreta fortuna. Proprio per sancire la conquista del nuovo status sociale, la famiglia Torlonia si adoperò per ottenere i requisiti simbolici delle nobili famiglie romane. In quest’ottica venne concepito l’acquisto della Villa suburbana dei Colonna su Via Nomentana oggi Villa Torlonia.  Giovanni Torlonia, affidò la trasformazione della Villa al più importante architetto dell’epoca, Giuseppe Valadier, incaricandolo di trasformare il Casino in un’elegante costruzione neoclassica.  
L’edificio che più di altri ha subito trasformazioni nel corso dei secoli è, senza dubbio, l’attuale Casina delle Civette. A Giuseppe Japelli si deve la prima costruzione in forma di Capanna Svizzera a forma di L. 
Successivamente, quando Giovanni Jr ereditò la Villa, iniziarono ulteriori lavori di trasformazione; la primaria Capanna Svizzera divenne dapprima un Villaggio Medievale e in seguito la definitiva Casina delle Civette. Tutto questo venne realizzato con l’aggiunta di diversi corpi di fabbrica e la sovrapposizione di stili, dando vita ad un vero e proprio unicum in tutta la città di Roma. L’elemento fantastico è dominante, i tetti sono di varie forme e materiali così come gli elementi decorativi che arricchiscono ogni spazio della Casina. 

L’attuale aspetto si deve come già detto a Giovanni Jr, che nel 1925, quando la Villa divenne residenza di Benito Mussolini, si ritirò a vivere in questo luogo “modesto”, trasferendo su di esso il proprio carattere schivo e solitario, la propria passione per la notte e per la chiaroveggenza. Non a caso l’elemento dominante è la Civetta, simbolo delle tenebre, che grazie a propri occhi riesce a vedere anche nell’oscurità. Purtroppo, nel 1977, quando la villa, passata nelle mani del Comune di Roma, venne riaperta al pubblico innumerevoli furono gli episodi di atti vandalici che culminarono nel 1991 in un incendio proprio nella Casina delle Civette. 

Nel 1992 pertanto, fu necessario procedere a un restauro; vennero ricollocate in situ le Vetrate Artistiche fortunatamente rimosse in precedenza, e per quelle non più esistenti furono riprodotte delle copie identiche a partire dai cartoni preparatori originali; oggi la Casina ospita tra l’altro il Museo della Vetrata Artistica

Passeggiare all’interno delle piccole sale vi permetterà di immergervi in un mondo fantastico, numerosi sono i richiami ai simboli della Famiglia che la rese celebre; in particolar modo nel Salottino delle 24 Ore si può leggere una metafora cara ai Torlonia, i quali dopo vicende alterne riuscirono a risorgere così come la Fenice risorge dalle proprie ceneri, vera esaltazione dell’eternità del nome dei Torlonia. All’interno della Casina ammirerete moltissimi elementi zoomorfi come i  tralci d’edera che diventano lumachine negli estrosi capitelli. Nel Salottino dei Satiri, voli di Rondini e di Pipistrelli. Occhi vitrei di Civette vi guarderanno nella Stanza detta appunto delle Civette, appollaiate su nastri e tralci d’edera presentano degli occhi gialli realizzati a cabochon. Salendo al piano superiore ammirerete rose, nastri e farfalle coloratissime. 
Probabilmente la stanza che più di ogni altra rappresenta il gusto del Principe Giovanni è la Stanza dei Pipistrelli, ovvero la sua stanza da letto. Purtroppo in seguito all’incendio del 1991 l’ambiente ha perso il suo aspetto originario e originale, ma da alcuni documenti sappiamo che era pieno di civette ovunque. Carta da parati, pannelli del letto, lampadari, fino alla brocca, tutto era costellato da questo misterioso animale tanto caro al Principe. Di tutta la decorazione originaria resta una corona di pipistrelli sul soffitto, dipinto di azzurro scuro a simulare un cielo notturno. 
Quando la vostra visita si concluderà, uscendo dalla Scala delle Quattro Stagioni potrete ammirare il volo  degli uccelli migratori lungo le vetrate romboidali e  sarà come non sentire la differenza tra l’interno e l’esterno. 
Probabilmente non vi sembrerà di aver visitato un Museo, ma di essere stati in un castello fatato. 

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 La Guida Turistica per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci guida in un itinerario a San Polo dei Cavalieri, un borgo dalla storia antica e avvincente.



San Polo dei Cavalieri si erge a circa 650 metri alle pendici del Monte Morra e del Monte Gennaro nel cuore del parco dei Monti Lucretili; domina l’intera valle e sul punto più alto del paese l’occhio può spaziare a 360° in un’ampia visuale che va dai monti sino al mare.

La sua storia comincia da molto lontano, l’antico Castrum Sancti Pauli fu fondato intorno all’anno 1000 dai monaci di San Paolo fuori le Mura,che divenne poi trasformato dal dialetto in San Polo. In un documento del 1081 compare con il nome di Sancti Pauli in Jana, questa denominazione è stata a lungo studiata ed è tuttora motivo di discussione tra diverse scuole di pensiero. Per alcuni il termine Jana è da identificarsi con Giano, Dio di tutti gli inizi materiali e immateriali è rappresentato spesso con un duplice volto, uno che rivolge lo sguardo al passato e uno al futuro. Un’altra ipotesi, probabilmente la più verosimile, è quella che attribuisce la dicitura a Diana, Dea delle selve, dei monti e della caccia, peraltro a quella data molto venerata nella vicina Tivoli. Infine, l’ultima ipotesi è quella che rimanda ad una trasformazione dialettale del termine Gennaro, dal monte che domina il paese, in Jana.

Durante questi anni il Castrum si trovò a doversi difendere continuamente dagli attacchi dei Tiburtini, i quali ambivano ad avere San Polo soprattutto per la strategica posizione di dominio. Questo periodo di battaglie si risolse nel 1390, quando il feudo venne concesso da Bonifacio IX a Giovanni Orsini come ricompensa per i servigi resi alla corte papale. Gli Orsini iniziarono così dapprima ad accattivarsi la popolazione e nel 1433 circa iniziarono la costuzione del Castello, che riproducendo in sintesi la disposizione topografica del vecchio fortilizio, si sviluppò a partire dalla roccaforte centrale, verosimilmente presente già dal ‘600 e ritenuta da alcuni parte di un antica costruzione romana. Il palazzo, di forma quadrangolare presenta agli angoli quattro torri merlate. In questi anni grazie al forte legame che univa gli Orsini e i Sampolesi il feudo visse una fase di dominio incontrastato tenendo a scacco buona parte della nobiltà romana.

Alla metà del 1500 circa diminuì gradualmente lo stato di guerriglia nei feudi della campagna romana, pertanto, i vecchi castelli del Lazio persero la loro importanza e furono trasformati da fortezze in dimore nobiliari. Questo accadde anche a San Polo, quando nel 1558 Paolo Giordano Orsini, per ben figurare nel corteo nuziale del cognato Francesco de Medici, vendette al Cardinale Pietro Donato Cesi per 27.000 scudi.

Il castello divenne sede di villeggiatura per raffinati esponenti della cultura romana. In particolar modo una spinta propulsiva in tal senso fu data dal Principe Federico Cesi, fondatore nel 1603 dell’Accademia dei Lincei, che sembra scrivesse proprio da qui delle lettere a Galileo Galilei aggiornandolo sugli studi di botanica che effettuava sul Monte Gennaro.

Gli Orsini, amanti delle arti mutarono l’aspetto del palazzo, in parte all’esterno con l’apertura di alcune finestre, ma soprattutto all’interno dove chiamarono i fratelli Zuccari e Girolamo Muziano ad affrescare le imponenti sale. Gli affreschi sono oggi parzialmente conservati, e testimoniano per altro quanto l’attività di questi artisti fosse intensa sia a Roma che fuori Roma; infatti, in quello stesso periodo si trovavano ad affrescare le sale della sontuosa Villa voluta da Ippolito d’Este nella vicina Tivoli.

Nel 1656 si abbatté sul castrum l’epidemia di peste che sterminò quasi tutti gli abitanti del paese, che venne ripopolato da 40 membri delle famiglie superstiti. Da questo momento i Cesi iniziarono a trascurare San Polo e il 2 maggio 1678 vendettero alla famiglia Borghese. Questi, probabilmente ancora ebbri delle gesta di papa Paolo V e del suo Cardinal nepote Scipione Borghese, non dimorarono mai qui, anzi lo affittarono quasi subito a un certo Pietro Trusiani. In questi anni il castello venne adibito a granaio, lo si può dedurre oltre che dai documenti, da alcuni segni rilevati sugli affreschi dei fratelli Zuccari al piano nobile, dove delle linee verticali parallele starebbero proprio ad indicare la quantità di grano che affluiva.

Da un documento del 22 settembre 1706 compare per la prima volta la definizione Dei Cavalieri, anche per questa sono state proposte diverse identificazioni. Da quella romantica che fa risalire il toponimo al soggiorno di due cavalieri francesi a quella romanzata che attribuisce legami ai Cavalieri Templari.

Ma anche in questo caso c’è una spiegazione più logica oltre che verificabile. L’aggiunta dei Cavalieri deriverebbe dal periodo di dominio degli Orsini e in particolar modo dal fatto che Mario Orsini del ramo di Tagliacozzo nel 1532 aveva ereditato i beni di sua madre Giovanna dei Cavalieri aggiungendo pertanto il cognome di quest’ultima e diventando Orsini dei Cavalieri e successivamente solo dei Cavalieri.

Attualmente il paese si presta per il suo clima ottimale a ospitare viaggiatori che siano sia in cerca di riparo dalla calura capitolina sia agli escursionisti che si accingono a percorrere i sentieri dei monti circostanti.

Il Castello è oggi di proprietà privata, ma vi auguro un giorno di avere la possibilità di salire fino in cima e di poter affacciarvi dal punto più alto del mastio centrale per godere del meraviglioso panorama a 360° che spazia dai monti sino al mare.

Foto di Valentina Nera


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La nostra Lucia, romana doc, ci porta in un viaggio culinario per le vie della capitale e ci svela quali sono i locali migliori dove mangiare a Roma!

Roma ha un’offerta di ristoranti vastissima dove il turistico si fonde con la tradizione.
Oggi vi porto a spasso con me, partendo dalla colazione per finire alla cena.
Tre luoghi di Roma diversi. Tre posti che vi rimarranno nella memoria.


Colazione: ci vediamo da Mizzica, a Piazza Bologna, il posto perfetto per iniziare la giornata con una buona dose di zuccheri. Dico solo qualità impareggiabile e freschezza.
E superba non è solo la colazione, ma anche spuntini, pranzi ed aperitivi. Ve lo segnalo per la varietà di offerta che hanno, semplicemente inimitabile.  Sì, siamo a Roma e non in Sicilia, ma ma la gola è gola in ogni paese.

Pranzo: spostiamoci completamente e andiamo nel cuore della romanità. Il quartiere Testaccio è uno dei pochi ad aver mantenuto il suo spirito popolare. Sembra di essere in un piccolo paese dove ognuno vive la sua vita lontano dalla frenesia.

E’ qui che proviamo l’autentico street food romano. Mordi e Vaiè un chiosco nel mercato di Testaccio che fa panini imbottiti dei piatti della tradizione romanesca.
Una libidine.

Trippa al sugo e pancetta, l’allesso di scottona (specialità della casa), la picchiapò, polpette di bollito e chi più ne ha più ne metta. Per chi non ama particolarmente la carne, lasciatevi guidare dall’odore di pane. Testaccio è pieno di forni e non sarà difficile trovare la pizza più buona della città.

Cena: per la fine della giornata non ho dubbi. Tutti a mangiare alla Vecchia Roma. Locale storico dietro Piazza Vittorio Emanuele. Qui troverete la vera tradizione romana e vi sembrerà di essere a casa.
I camerieri sono simpatici, ma i piatti ancora di più. Mi è capitato di essere così assorta da non notare nemmeno che mi stessero parlando!
La vera specialità sono l’amatriciana e la parmigiana flambè: un delirio di gusto mantecate nelle forme di formaggio. Non potete non assaggiarle. Il rapporto qualità-quantità-prezzo vi lascerà totalmente senza fiato.

Se passate da queste parti…sapete dove trovarmi!





Credits: Silvia Romio Photos

Quando si pensa Roma vengono subito alla mente i luoghi più conosciuti e straordinari della città Eterna: i Fori romani, il Colosseo, Piazza di Spagna, la Fontana di Trevi non sono che alcune delle mete imperdibili in una vacanza a Roma. 

La capitale è talmente ricca di attrattive turistiche da oscurare in parte ciò che le sta intorno, così che per la maggior parte dei turisti la vacanza inizia e finisce entro i suoi confini. Ma Roma offre bellezze storico artistiche anche fuori porta, mete altrettanto belle e straordinarie anche se sconosciute ai più, ma che proprio per questo offrono un piacevole diversivo ai sovraffollati siti turistici , momenti di quiete lontani dal caos e dal traffico della capitale.
Basta allontanarsi di poco dal centro per ritrovarsi immersi nel paesaggio dei colli romani tra i cui dolci pendii sorgono piccoli borghi antichi, custodi di storie e tradizioni e di quell’anima romana autentica oramai difficile da trovare in città, dove tante e continue sono le contaminazioni esterne.


E’ tra le dolci colline romane che si nasconde Castel San Pietro Romano, a sud di Roma, incastonato nella cima del Monte Ginestro: tra i silenziosi vicoli del borgo è custodita una storia di duemila anni e le possenti mura poligonali si ergono a vestigia dell’antico passato. Ultimo anello di un sistema difensivo di oltre quattro chilometri, le mura cingevano l’antica acropoli ed erano collegate a quelle del sottostante abitato di Palestrina. 
L’odierna città di Palestrina sorge sull’antica Praeneste, città latina famosa per il complesso archeologico del Santuario della Fortuna Primigenia  che risale agli ultimi decenni del II sec. a.C.
Imperdibile una visita allo straordinario Museo Archeologico Nazionale, dove si alternano statue, rilievi, altari, ex voto e mosaici. Degno e doveroso di nota è senza dubbio il “mosaico del Nilo”, un capolavoro di arte e tecnica risalente alla fine del II sec a. C.
Molto interessante è anche l’area archeologica all’aperto con i resti delle strutture architettoniche dell’antico Santuario della Fortuna Primigenia dove spicca la Terrazza degli emicicli, da cui si gode di un panorama che abbraccia tutta la città fino al mare.

L’itinerario a sud di Roma prosegue a Genazzano, paese che diede i natali a Papa Martino V, al secolo Oddone Colonna (1368-1431) e che fu sede di ville e dimore aristocratiche tra cui spicca il Ninfeo Bramanteche deve il nome all’impronta bramantesca.

Spostandosi verso la costa si arriva ad Ostia Antica, senza dubbio uno dei complessi archeologici più imponenti fuori Roma. L’essere stata un centro commerciale e di raccordo tra importanti vie di comunicazione con la capitale del mondo antico rese Ostia una città cosmopolita al pari e forse più della stessa Roma, dove convivevano razze e culture differenti provenienti da ogni angolo dell’Impero.

Le rovine della città furono scavate a partire dagli inizi del XIX secolo: oltre ai monumenti pubblici, si sono conservate numerose abitazioni e negozi che ne fanno un’importante testimonianza della vita quotidiana dell’epoca. Un visita ad Ostia equivale ad un salto nel tempo nell’antica Roma.

Dopo tanta storia , un po’ si sano divertimento è quello che ci vuole per concludere l’itinerario al meglio. Poco distante da Ostia, precisamente a Torvaianica, sorge il parco divertimenti Zoomarine, il primo parco tematico di intrattenimento del centro-sud Italia.
Il parco da grande importanza all’educazione ambientale ed alla divulgazione scientifica rendendo la visita non solo un’occasione di svago per tutta la famiglia ma anche un interessante momento di formazione ed istruzione. Su un’estensione di circa quaranta ettari si alternano diverse aree zoologiche inserite in un suggestivo contesto paesaggistico ricco di alberi e immerso nella macchia mediterranea. 
Delfini, foche, leoni marini, rapaci, pappagalli, pellicani sono solo alcuni degli animali che si possono incontrare e conoscere. Il parco è impegnato in numerosi progetti di ricerca e conservazione delle specie ospitate al suo interno, in collaborazione con Università ed Enti locali. 

Natura, storia, archeologia e approfondimento scientifico: non manca nulla per rendere una vacanza nei dintorni di Roma davvero speciale!







La nostra preparatissima Guida Turistica per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci guida in un itinerario a Galleria Borghese.

I Borghese, di origini senesi, raggiunsero Roma a fine ‘500, dove possedevano “una vigna”, anche detta giardino. 
La villa in questione è l’attuale Parco di Villa Borghese, uno dei parchi più estesi di Roma, è delimitato da ben nove ingressi che ne consentono l’accesso dai quartieri centrali della città, Salario, Flaminio e Pinciano.
All’interno del parco si erge in tutta la sua maestosità il “Casino Nobile”, sede attuale della Galleria Borghese, fu fortemente voluto da Scipione Borghese, che lo fece edificare nel 1600 con la ferma volontà di realizzare un meraviglioso scrigno architettonico e artistico. Scipione, ricoprì un ruolo centrale nella Roma Barocca, soprattutto a seguito dell’elezione al soglio pontificio dello zio. Paolo V, al secolo Camillo Borghese fu eletto il 16 maggio 1605, ed è a partire dalla sua elezione che Scipione sacrificò ogni ambizione al possesso delle arti, diventando il “vero padron di Roma”. Il Cardinal nepote rinunciò a parti di eredità pur di ottenere le collezioni che già appartenevano alla sua famiglia; mutò il concetto di principe mecenate, in quello di principe collezionista.

 L’elemento di assoluta innovazione nel collezionismo Borghese fu che la famiglia non si servì mai degli artisti per identificare il duplice aspetto di potere e papato, al contrario, buona parte delle opere furono commissionate o acquistate per un puro e semplice godimento personale.
Tra gli artisti che Scipione tenne d’occhio sin dal proprio esordio c’è Michelangelo Merisi da Caravaggioche individuò tra molti altri con uno spiccato istinto di conoscitore ed estimatore. Attualmente sono in collezione Borghese sei dei dodici dipinti che appartenevano a Scipione, e ognuno di questi ha una storia particolare sia nella realizzazione sia nelle modalità con le quali giunse nel Casino Nobile.
Probabilmente di questi, soltanto il San Girolamo fu commissionato direttamente a Caravaggio da Scipione. Il Santo è rappresentato in maniera inusuale nelle vesti di scrittore e non in quelle di penitente, e dagli archivi risulta che si trovi qui sin dalla metà del ‘600. Per quanto riguarda invece, Davide con la testa di Golia, una commissione Borghese è solamente ipotizzabile; sia l’eroe biblico che il gigante Golia sono ritenuti da alcuni studiosi ritratti del pittore di età differenti. La datazione dell’opera risulta incerta, e alcuni tendono ad attestarla successivamente all’omicidio del Tommasoni, avvenuto il 29 maggio 1606, che costrinse il pittore alla fuga; questa datazione è avvalorata in particolar modo dalla drammaticità dell’espressione dei personaggi.

Per quanto concerne l’opera  la Madonna dei Palafrenieri è sicuramente riscontrabile dalle fonti un acquisto da parte di Scipione.
L’olio su tela fu realizzato nel 1606, ed era destinato all’altare della Confraternita dei Palafrenieri in San Pietro. Caravaggio scegliendo un tema tratto dall’Antico Testamento rappresenta la Madonna e il Bambino nell’atto di schiacciare con i piedi il serpente del peccato, affiancati dall’anziana Sant’Anna madre della Vergine. Il dipinto fu rimosso dall’altare della Confraternita per volontà del neo eletto Paolo V e confluì direttamente nella collezione del Cardinal nepote, che se lo accaparrò ad un prezzo irrisorio. Pertanto possiamo parlare di rifiuto di un’opera che non interpretava la linea della Chiesa Controriformata, o piuttosto di una volontà di Papa Paolo V di assecondare il suo nipote preferito?
Proseguendo, troviamo il San Giovanni Battista, l’opera era parte del bagaglio che Caravaggio portava con sé nel momento in cui, dopo quattro anni di esilio a seguito dell’omicidio Tommasoni, nel 1610 Paolo V gli concesse la Grazia e dunque la possibilità di rientrare a Roma. Stando alle fonti, questa è proprio l’opera che permise l’intercessione di Scipione presso Paolo V affinché tutto ciò avvenisse.
Infine, come non menzionare le opere che il Cardinale desiderava ed ottenne ad ogni costo; sia il Giovane con canestra che il Bacchino malato appartenevano a  Giuseppe Cesari detto il Cavalier D’Arpino, uno dei pittori più prestigiosi della Roma dell’epoca amato da Principi e Papi,  presso la cui bottega Caravaggio aveva lavorato per diverso tempo non appena giunto a Roma.
Entrambi le opere si datano al periodo degli esordi del pittore, e  mostrano il suo genio creativo e la facilità con la quale riusciva a rendere, forse ispirato dagli insegnamenti di Leonardo, i moti dell’anima insieme ad un’abilità “fiamminga” nella trattazione delle nature morte.

Le due opere, facevano parte delle centosette che nel 1607 Papa Paolo V confiscò al Cavalier D’Arpino e che confluirono direttamente nella collezione del Cardinale.
Scipione, indiscusso padrondella Roma Barocca, coadiuvato e sostenuto dal potente zio Papa, non esitò a prendere sia con le buone che con le cattive tutto quello che lo affascinava, e che riteneva degno della sua raccolta artistica.
Probabilmente il Cardinal nepote non fu affatto amato dai suoi contemporanei, ma resta il fatto che a noi, “moderni”, la sua arroganza spietata ci permette oggi di visitare un vero e proprio scrigno di meraviglie, che attraverso la varietà di temi, stili e periodi artistici, ci consente di ripercorrere in particolar modo le più importanti tappe dell’arte italiana.

Lasciati guidare…
Valentina Nera

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