Situato nell'ala napoleonica di Piazza San Marco, il Museo Correr custodisce le sale regali dove soggiornò l'imperatrice d'Austria Sissi.

Ci vuole almeno mezza giornata per vedere tutto il museo tante sono le collezioni che conserva.
Dagli ambienti sfarzosi dove soggiornò Sissi alle sale che conservano capolavori d'arte, il Museo Correr è una perla di Venezia incredibilmente poco frequentata. Mentre nel vicino Palazzo Ducale i turisti fanno la fila per entrare, qui si sale indisturbati lungo l'ampia scalinata che introduce agli ambienti napoleonici. Un viaggio nella Venezia regale! Pronti? Via!
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Palestrina e Anagni sono le stelle più fulgide della campagna romana. In un territorio già ricco dal punto di vista naturalistico e culturale, le due cittadine vantano un patrimonio archeologico e artistico unico. 

Vicine a Roma ma abbastanza distanti da far dimenticare il caos della capitale, Palestrina e Anagni ammaliano il turista con il quieto ritmo della campagna e lo splendore dei loro tesori. Dall'archeologia all'arte medievale, il patrimonio artistico delle due città nulla ha da invidiare ai fasti di Roma. [...]

 Un percorso nel cuore di New York City che tocca i musei più importanti, veri templi moderni di arte e cultura.

New York è una città che offre infinite possibilità di visita. C’è chi la sceglie per lo skyline, chi per lo shopping, chi per i musei e chi per immergersi nella frizzate atmosfera dei suoi quartieri più trendy.
L’arte è tra tutti uno dei motivi principali per visitare la Grande Mela. I suoi musei raccolgono alcune delle più preziose collezioni al mondo
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E' stato da poco inaugurato a Vicenza il Museo del Gioiello, uno spazio museale permanente di oltre quattrocento metri quadrati con una collocazione d'eccezione, la Basilica Palladiana.

Non è un caso che proprio a Vicenza apra un museo dedicato al gioiello, essendo la città da sempre centro d'eccellenza nella gioielleria ed oreficeria, settori in cui è riconosciuta come hub mondiale grazie alla manifestazione triennale di VicenzaOro.

Il museo offre un viaggio nell'estetica del gioiello, raccontando la storia di un oggetto antichissimo e profondamente radicato nella cultura umana. 
Il cuore del museo conta nove sale espositive che accolgono circa quattrocento gioielli e accompagnano i visitatori lungo un viaggio nel tempo e nelle culture: in esse vengono illustrate tutte le simbologie e funzioni assunte dal gioiello in una narrazione che non segue un filo cronologico quanto tematico.

Le opere esposte avranno una rotazione biennale, rendendo di fatto l'esposizione un divenire ed un luogo da visitare con continuità anche per i vicentini, per seguire nel tempo l'evoluzione del ruolo del gioiello all'interno della società.

Ecco in dettaglio i contenuti delle nove sale espositive:

Museo del Gioiello - Credits by Cosmo Laera

Simbolo

Il gioiello come simbolo che trasmette sensazioni e significati precisi quanto soggettivi: da simbolo di amore, come la fede nuziale; a simbolo di memoria, di fede, politico, di appartenenza o in generale simbolo di identità. Interessante la storia dell’ornamento da testa che, col passare dei secoli, assume la forma della corona, poi declinata in diademi e bandeau appannaggio dell’alta società.

Futuro

La sala dedicata al futuro mostra i possibili sviluppi futuri del gioiello, interrogando gli stessi visitatori sulla questione. Quattro sono i temi conduttori: pelle, esposizione, dimensione e particelle. Questi temi tentano di mostrare come il settore della gioielleria stia aggiornando le tecniche di produzione e utilizzi nuovi materiali. 

Arte

Il gioiello non solo come monile ma come pezzo d'arte, dotato di una plasticità oggettiva che si affianca alla scultura. Le opere esposte mostrano i linguaggi di espressione del gioiello artistico nel Novecento.

Museo del Gioiello - Credits by Cosmo Laera

Bellezza

Questa sala è dedicata ai gioielli di manifattura italiani esponendo i prodotti di un artigianato d'autore e d'eccellenza. La Sala della Bellezza contiene soltanto collier, gioielli vicini al cuore a cui la bellezza vuole parlare. Grandi opere di maestri indiscussi dell'arte artigiana della gioielleria, capolavori che fanno brillare gli occhi e lasciano senza fiato.

Design

Il gioiello come idea, che poi viene forgiata e resa materia. Sei esempi storici di gioielli (semi) industriali creati da designer d'eccezione.

Funzione

Una sezione curiosa che presenta i gioielli funzionali, come fibbie di chiusura, bottoni, stringhe di scarpe e persino anelli-coltello. Evolvendosi con la società i gioielli funzionali sono in continua trasformazione, e per tale motivo vengono anche studiati nelle indagini antropologiche.

Icone

Icona come “l’immagine” che si arricchisce di un valore simbolico ed evocativo. La sala presenta opere delle oreficerie Castellani che, oltrepassati i limiti della moda, sono divenute vere icone di stile e di eccellenza. I gioielli qui selezionati sono testimonianza di una straordinaria produzione. Accanto a gioielli ottocenteschi, sono esposti alcuni preziosi etruschi e romani provenienti dagli scavi di Cerveteri, Vulci e Roma, frutto del collezionismo dei Castellani che li usarono anche come modelli nelle loro creazioni.

Magia

La sala presenta amuleti che raccontano stralci di antica vita quotidiana quando questa era legata alla magia, all’invocazione scaramantica o religiosa. L’uso dei metalli preziosi rafforzava il potere dell’amuleto perché i metalli riflettono la luce e respingono i raggi malèfici. 

Moda

La sala presenta il bijou, ovvero l'ornamento per la moda copia del modello di gioiello vero, un concetto che nasce in Francia nella prima metà degli anni ‘20; presto il bijou acquista valore proprio e si stacca dal gioiello di valore per diventare autonomo, desiderato come il prezioso. In questa sala sono esposti vari stili del bijou del XX secolo e l’evoluzione delle sue forme.






L'Internationales Maritimes Museum di Amburgo. Per gli amanti del mare, ma non solo. Anche per chi è affascinato da velieri e dai viaggi dei primi avventurieri e vuole scoprire di più sulla storia delle scoperte marittime. O semplicemente per chi ama i musei ben fatti, quelli che riescono a sviscerare un argomento in ogni sua sfaccettatura, rispondendo a tutte le domande che vengono in mente; quelli dove trascorrere ore dedicate al sapere, immersi nel silenzio.
E' proprio questo tipo di esperienza che mi ha regalato L'Internationales Maritimes Museum, dove mi sono concessa il lusso di dedicare una mezza giornata del mio tempo all'approfondimento della conoscenza del mare e della navigazione, argomento di cui sapevo poco. 
Il museo è ospitato all'interno di uno degli edifici in mattoni rossi del quartiere di Speichrstadt, affacciato sulla nuova HafenCity.
10 piani di esposizione, la più vasta collezione privata del genere, suddivisa per temi e periodi storici, un percorso lungo, preciso, coinvolgente che parte dai primi naviganti e viaggi transoceanici e ripercorre l'evoluzione delle tecniche di costruzione e gli strumenti di navigazione. Mentre si osservano i minuziosi modelli di velieri si sente il mormorio del mare, lo sciabordio delle onde, un dolce suono che accompagna lungo tutto il percorso. 
Certo un museo dedicato al mare non poteva avere sede migliore di Amburgo, la città Anseatica, che ha costruito il suo passato proprio sul porto e sulla navigazione.

Storie di navi e naviganti

I primi naviganti 
Il primo piano è uno di quelli che ho apprezzato di più perché è dedicato alla storia della scoperta del mondo. Accanto ai busti dei grandi navigatori come Colombo, Vasco de Gama e Magellano, si possono ammirare copie di antichi compassi e quadranti, glis trumenti che guidarono i loro sogni e il loro istinto, portandoli verso mete destinate a cambiare i confini del mondo.
Proprio qui si trova una degli highlight del museo, e non solo per i bambini: la ricostruzione con i pezzi di Lego (quasi un milione di pezzi!) della Queen Mary 2: strabiliante!

Modello di veliero
Il protagonista del secondo piano è il vento, la forza che per lunghi secoli sospinse velieri di ogni dimensione e forma alimentando la sete di conoscenza dei navigatori. Il museo propone modelli in scala di triremi greci, navi vichinghe fino ai velieri del XX secolo; osservando le decine di modelli pare di vederli davvero navigare a vele spiegate. Bellissimo anche l'enorme veliero sospeso nel vuoto al centro della sala: se salite le scale, potrete vederlo stagliarsi contro l'immagine del mare in tempesta e avrete davvero l'impressione di osservarlo mentre affrontala forza impetuosa dell'oceano (foto in alto).
L'esposizione continua con il terzo piano interamente dedicato alle tecniche di costruzione delle navi, da quelle antiche alle più moderne. E ancora ricostruzioni fedeli di alcuni ambienti, come la cabina del capitano di un antico veliero, uniformi, armi, medaglie.
Appassionanti battaglie navali di tutti i tempi sono narrate con dovizia di particolari al quinto piano mentre il sesto è interamente dedicato alla storia delle navi passeggeri, dalle prime gloriose navi da crociera ai moderni hotel galleggianti che oggi accolgono turisti da ogni dove. 
Dopo un ulteriore approfondimento sulle esplorazioni marine e una vasta collezione di dipinti sul tema nautico, l'ultimo piano è il paradiso dei collezionisti: centinaia di migliaia di piccoli modelli di navi di ogni forma e colore esposti in teche di vetro, c'è di che perdere gli occhi!
Insomma, un museo davvero ben fatto, che permette un approccio alla storia del mare per chi ne è digiuno, o un interessante approfondimento per chi già la conosce. Che vi piacciano i velieri, le storie di avventurieri e pirati o amiate i paradisi sommersi e la forza del vento, all'Internationales Maritimes Museum troverete di certo qualcosa che catturerà la vostra attenzione e vi farà viaggiare a ritroso nel tempo.
Buona navigazione!







Dennis Severs' House è una delle attrazioni più particolari e ancora poco conosciute di Londra, una vera chicca per approfondire la conoscenza della città e immergersi nella sua storia. 
Si tratta di una casa museo che permette di fare un viaggio indietro nel tempo e rivivere le atmosfere londinesi del XVIII e XIX secolo, grazie ad un'ambientazione curata in ogni minimo dettaglio.

L'idea venne al collezionista americano Dennis Severs che, arrivato a Londra nel 1967, acquistò un'antica dimora ottocentesca al 18 di Folgate Street, vicino all' Old Spitalfields Market, e decise di ristrutturarla secondo lo stile dell'epoca. La particolarità della Dennis Severs' House e ciò che la rende unica è che le stanze non devono solo essere guardate ma i visitatori sono invitati ad avvicinarsi agli oggetti esposti, per osservarne i dettagli e viverli da vicino. 


Una delle stanze della Dennis Severs' House

A concorrere a ricreare l'atmosfera della Londra ottocentesca non sono solo gli arredi ma anche gli accessori, i vestiti esposti e persino i cibi che imbandiscono le tavole. 
La casa conta dieci stanze suddivise in tre piani dove è possibile fare un vero viaggio sensoriale e tridimensionale ascoltando i rumori della casa e dell'esterno come scricchiolii, passi, suoni di campane, gli zoccoli dei cavalli  e persino le voci degli inquilini, come se ancora ci vivessero dentro. Non il solito museo quindi ma una vera esperienza di storytelling che aiuta a immergersi  nella storia e nel costume dell'epoca grazie al coinvolgimento di più sensi!
La visita dura circa 45 minuti e va prenotata con anticipo; molto suggestive le visite serali quando gli ambienti sono illuminati dalla fioca luce delle lanterne e dai caminetti.
Per il periodo natalizio la Dennis Severs' House sfoggia meravigliosi addobbi che la rendono un luogo ideale per calarsi nello spirito del Natale dell'800!

Informazioni sulla visita


Visite: dal lunedì al mercoledì, dalle 18:00 alle 21:00  - prezzo £14/adulto
Ogni Domenica dalle 12:00 alle 16:00 - prezzo £10/adulto
Durante il periodo natalizio il biglietto d'entrata costa 17£/adulto

La visita va prenotata in anticipo attraverso il sito http://www.dennissevershouse.co.uk/



Il Museo del Giocattolo di Zagarolo esplorato e spiegato da Valentina Nera, Guida Turistica di Roma e Provincia.

Spesso nelle definizioni del termine giocattolo si fa esclusivamente riferimento ai bambini, poiché di fatto riuscire ad identificare il termine con poche parole è davvero complesso.
Il giocattolo appartiene ad ogni persona, ad ogni cultura, ad ogni società indipendentemente dal grado di ricchezza, sviluppo o democrazia. A chi non è capitato di vedere al telegiornale o in qualche documentario immagini di bambini a qualsiasi latitudine intenti a realizzare qualcosa con cui giocare. A onor del vero però va anche precisato che nei popoli cosiddetti industrializzati, moderni, occidentali, i bambini e non solo hanno perso in larga parte questo stimolo alla manualità, alla realizzazione dei propri giochi, forse perche qui si trovano nei supermercati, nei negozi specializzati e non solo, belli luccicanti ed imballati, che attirano e chiamano a sé, ovviamente quando non si ha già in mente un I-Padma questa è tutta unaltra storia.

Nella Città di Zagarolo in provincia di Roma, è nato nel 2005 il Museo Demoantropologico Regionale del Giocattolo, che ha ampliato progressivamente le proprie collezioni fino a diventare oggi, sia per il numero di oggetti presenti, sia per lampiezza degli spazi espositivi, il Museo del Giocattolo più grande dItalia, e uno dei maggiori in Europa. È ospitato allinterno del Palazzo Ducale, nella zona del vecchio castello medievale.

Entrando nel museo farete un lungo passo allindietro, da intendersi sia come memoria personale, sia collettiva. Si passa da giochi semplici composti da materiali comuni e poveri, fino ad approdare alla nascita della plastica, invenzione rivoluzionaria che ha stravolto la metodologia produttiva, permettendo di abbassare i prezzi dei giocattoli, ma al contempo non ha impedito che perdessero parte del loro fascino eterno.
 Sarà possibile ripercorrere le tappe del Corriere dei Piccoli, nato nel 1908, uscì per la prima volta il 27 dicembre come supplemento del Corriere della Sera.
Tra le cose più interessanti è doveroso citare La sala dei giochi a cascata, ovvero quei giochi dal piano reclinato, antenati dei moderni flippers, presentano in alcune varianti lo sfondo con la cartina italiana, con i confini e la toponomastica dellepoca. Rilevante è il Plastico di 25mq esposto nella Sala XI che rappresenta un impianto ferroviario degli Stati Uniti degli anni 30.
Particolarmente curata è la sezione dedicata allautomobile, mezzo che ha rivoluzionato la vita del Novecento, permettendo di accorciare le distanze e visitare luoghi fino ad allora considerati lontani, nel gioco ha assunto  la valenza simbolica di viaggiare innanzitutto con la fantasia.

Un consigliopartite dalla fine del percorso poiché anche se stravolgerete la componente cronologica, arriverete pronti per poter ammirare limponente raccolta della Sala del Trono; qui sono individuabili cinque aree tematiche: la città e le architetture, il tempo libero, giochi allaperto, giochi di guerre e le giostre. Nelle teche di questa sala si possono osservare i Giochi didattici, particolarmente voluti dalla Montessori sono concepiti a metà tra lattività ludica e quella di apprendimento, tra quella di svago e quella di crescita.
Il museo ha come scopo principale quello di offrire al pubblico di tutte le età, occasioni di approfondimento e interazione con il GIOCATTOLO, nella sua forma più evocativa e affascinante. Soltanto se riuscirete ad annullare lesterno e a farvi coinvolgere completamente vedrete il boa che digerisce lelefante e non un cappello!

Lasciati guidare

Guida Turistica Roma e Provincia
Tessera n°4192

E-mail valenera@hotmail.it; Tel. 3339841466. 



 Un viaggio non solo a ritroso nel tempo ma anche alla riscoperta delle nostre radici, è quello che il visitatore si appresta a fare all'interno del MeM, la sezione del Galata dedicata alle migrazioni sia italiane, iniziate alla fine del 1800, ma anche quelle moderne. Non vi nascondo che è stata un'esperienza meravigliosa,emozionante ed istruttiva. Qui ho toccato con mano la disperazione di tante famiglie nostre compatriote, costrette a lasciare le proprie terre per fare fortuna altrove. A volte andava bene altre invece ad attendere queste persone era la morte. 1200 metri quadrati di esposizione per oltre 40 postazioni multimediali, ed è proprio da una di queste postazioni che inizia il viaggio nella memoria: uno schermo interattivo vi permetterà di scegliere alcune lettere (recitate da attori vestiti con abiti del tempo) che i migranti italiani scrivevano ai loro cari rimasti in patria. Subito dopo entrerete nel cuore del museo, ma prima vi verrà consegnato il vostro passaporto (necessario per interagire nelle varie postazioni) da migrante e il biglietto d'imbarco che vi consentirà di salpare per New York!


Tutta la sezione è suddivisa per stanze ognuna delle quali ricrea l'intero percorso che dovevano affrontare gli emigranti (circa 29 milioni di italiani tra il 1861 e il 1961). Si inizia con la chiamata, della quale ho parlato poco fa, e si prosegue con la ricostruzione della Stazione Principe, infatti da qui partivano moltissimi migranti.. Si inizia con la chiamata, della quale ho parlato poco fa, e si prosegue con la ricostruzione della Stazione Principe  punto di partenza di circa 29 milioni italiani tra fine '800 ed inizio '900. Una scenografia bellissima: le facciate tutte colorate, le botteghe, i vicoli, una scuola, sembra davvero di passeggiare nella città vera! Ma ora è giunto il momento dell'imbarco che sarà preceduto dal controllo del biglietto e del passaporto: qui un doganiere virtuale vi dirà chi siete e da dove venite. La vostra però non sarà un'identità inventata, ma apparterà veramente ad uno dei venti italiani di cui è stata ricostruita la storia! A questo punto sarete pronti ad imbarcarvi, e lo farete percorrendo una passerella in legno. Il piroscafo "Città di Torino" è ricreato alla perfezione: la sala bagagli, le cuccette separate per uomini e donne (sedendosi su alcuni letti appositamente segnalati, ascolterete canti e parole dei migranti), i bagni e anche l'infermeria. Infine "sbarcherete" nelle tre destinazioni principali:  La Boca (Argentina), una favela brasiliana ed Ellis Island.

La Boca è coloratissima e molto ligure! Infatti le case furono dipinte proprio con i colori utilizzati per le navi e le barche. Una cosa che ho imparato al MeM è la grande presenza italiana in Brasile favorita dallo Stato Federale di San Paolo che aveva bisogno di molta manodopera dopo l'abolizione della schiavitù. Infine la migrazione odierna che copre gli ultimi 40 anni. Qui potrete vedere anche il barcone di Lampedusa, una delle prime imbarcazioni che portarono nel nostro paese tanti profughi. Fotografie e filmati poi vi accompagneranno lungo tutto il percorso. Ma non è tutto al terzo piano c'è anche la ricostruzione del ponte di un piroscafo, e potrete manovrare il timone e far finta (grazie a varie proiezioni) ad esempio di oltrepassare lo stretto di Gibilterra. Incredibile poi è la ricostruzione del sommergibile Nazario Sauro (ormeggiato proprio di fronte al Galata) ricreato appositamente per tutte quelle persone alle quali l'accesso al sommergibile vero e proprio è vietato per motivi di sicurezza ( quitutte le info).

Cosa mi resta della visita al Museo? Una gran voglia di rivisitarlo al più presto per cogliere tutte quelle sfumature che possono essermi sfuggite la prima volta e poi il panorama su Genova che si gode dalla terrazza Miradorvarrebbe da sola il prezzo del biglietto.

Always on the move, sempre in movimento. E' la prima frase delle bacheche introduttive del Red Star Line Museum, il museo inaugurato lo scorso settembre ad Anversa e che la città ha voluto dedicare a tutti quei migranti che proprio da questo porto si imbarcarono verso una nuova vita.
Da sempre l'uomo ha sentito l'esigenza di spostarsi, di cercare nuovi posti dove vivere: un istinto innato che ha segnato il destino dell'intera umanità e scritto la storia di generazioni.
La moltitudine di gente che tra la fine dell'800 e i primi decenni del 900 arrivò ad Anversa per lasciare il Vecchio Continente era mossa dalla disperazione, quella data dalla fame, da una vita di stenti e da un'economia agricola al ristagno che costringeva sempre più persone a cercare fortuna altrove. Provo ad immaginare l'angoscia di padri e madri costretti a portare la famiglia attraverso un oceano che allora doveva sembrare invalicabile, verso un mondo totalmente sconosciuto ed ignoto: un coraggio infinito frutto della disperazione più nera, l’ultima spiaggia prima di arrendersi ad un destino di fame e stenti.

Quello in cui si imbarcavano i migranti era un viaggio che iniziava ancora prima di salpare, partendo dalla Germania, dall'est Europa e dalla Russia per arrivare ad Anversa, con in tasca i soldi, raggranellati a fatica, per il biglietto della traversata in terza classe.

Sono queste storie, difficili e sofferte, che il museo narra, con grande umanità e delicatezza, mettendo al centro della storia la gente, le loro vicende, i loro sogni. Una storia raccontata dal punto di vista dei protagonisti più umili, una narrazione che cerca di restituire tutta l’angoscia ma anche la dignità e la forza della gente.

L'esposizione è allestita all'interno dei magazzini storici della Red Star Line, la compagnia di navigazione proprietaria delle navi che traghettarono questa moltitudine di genti in un viaggio attraverso l'Oceano fino alle sponde canadesi e statunitensi. I magazzini, rimasti inutilizzati per lunghi anni dopo che la Guerra segnò il brusco interrompersi delle migrazioni, sono un patrimonio importante per la città, simbolo di quel ponte verso l’America che Anversa rappresentò per molti anni.
L’intento del museo è anche recuperare questi spazi mettendoli al centro di un’opera di riqualificazione dell’aria portuale, rendendoli moderni centri polifunzionali che ospitano, oltre al museo, mostre temporanee e diventano ambienti di aggregazione per cittadini e turisti.
Nell'ampia sala centrale incontro Luc Verheyen, il capo progetto, che mi racconta i lunghi anni di lavoro impiegati a raccogliere informazioni sui migranti e le loro storie, la difficoltà nel reperire informazioni, rintracciare persone e familiari, ma anche la gioia quando una storia finalmente veniva ricostruita.
Emblema di queste ricerche è l’iconica immagine di una ragazzina seduta su una panca che tiene in mano un biglietto della Red Star Line.
Luc racconta di come abbiano a lungo cercato di risalire all'identità della giovane diffondendo la fotoun po' ovunque: l’ipotesi più accreditata è che si tratti di Kattyna Szysz, ma non ci sono dati certi in merito alla sua identità.
Osservo il suo volto serio che sembra bucare la fotografia, quei suoi occhi grandi che raccontano il senso di smarrimento di fronte al viaggio verso l’ignoto che si apprestava ad intraprendere.

Il percorso espositivo ricostruisce fedelmente le tappe che i migranti dovevano affrontare nel lungo viaggio verso la nuova vita oltre oceano. Ogni avventura iniziava da un’agenzia viaggio nella loro città natale, dove una serie di volantini decantava l’America come la nuova Terra Promessa e pubblicizzava la traversata. I poster della Red Star Line sono vere opere d’arte che restituiscono il gusto e le atmosfere del tempo con la stessa potenza delle immagini moderne, pur potendo contare solo su disegni.
Il  percorso continua in uno dei vagoni ferroviari nei quali i migranti intraprendevano il lungo viaggio verso Anversa, dove soggiornavano in sudici hotel in attesa del lasciapassare all'imbarco.
Era proprio dentro ai locali della Red Star Line che iniziava l'iter più difficile, con le prime visite mediche atte a decretare l’idoneità dei passeggeri al viaggio. I controlli erano scrupolosi perché dall'altro lato dell’oceano le autorità statunitensi respingevano gli individui non perfettamente sani, per evitare il diffondersi di epidemie.
Lungo il percorso sono stati ricostruiti gli spogliatoi e le docce dove i migranti, divisi tra donne e uomini, transitavano: alcune foto originali dell’epoca sono situate esattamente nello stesso punto dove furono scattate, creando una sorta di file rouge  che trapassa il tempo ed unisce passato e presente, immergendo il visitatore nella dimensione di allora e creando un contatto emotivo con i protagonisti della storia.
Un’intera sezione del museo è dedicata alla ricostruzione meticolosa delle storie di sei migranti, scelti a rappresentanza dei due milioni che transitarono per questi ambienti.
E’ qui che “incontro” Ita, che nel 1922 all'età di nove anni si imbarcò per Ellis Island per raggiungere il padre assieme alla madre e ai tre fratelli. Arrivata a destinazione, fu respinta perché ammalata di glaucoma, un’infezione oculare allora molto diffusa.
Fu così costretta a lasciare la famiglia in America e ritornare ad Aversa dove rimase un anno in affidamento ad un'associazione di volontari. La storia si ripeté una seconda volta quando Ita di nuovo fu respinta e costretta a ritornare in Europa. Il ricongiungimento con la famiglia avvenne solo cinque anni dopo, nel 1927: provo ad immaginare l’angoscia della madre dovendo lasciare una bambina di nove anni e il terrore di Ita, sola con un oceano a separarla dalla famiglia.

E’ tra queste bacheche stipate di foto, lettere manoscritte e video con interviste ai discendenti dei migranti che capisco come l’arrivo in America non rappresentava la fine ma l’inizio di un'odissea, che spesso terminava ancora prima di poter iniziare, con un timbro rosso sui documenti “denied” a segnare la fine della speranza. Ma anche per gli ammessi, l’arrivo negli Stati Uniti segnava l’inizio di un difficile cammino alla ricerca di un lavoro e di una casa, e di una fortuna che a volte non arrivava, costringendo molti a tornare in Europa ancora più poveri di prima.

L’esposizione continua fino ad arrivare alle sale dove viene ricostruito il ponte di una delle navi della flotta e dove si può ammirare uno splendido esemplare in scala di una nave, che restituisce il senso di queste meraviglie dei mari, veri gioielli di ingegneria. Qui è facile capire come la traversata per i passeggeri di 1° classe fosse molto più confortevole di quelli di terza, stipati in anguste cabine nei ponti più bassi. I passeggeri più facoltosi potevano invece godere di ambienti lussuosi, sale ristoranti rilucenti di porcellane e argento e magnifici ponti dove passeggiare all'aria aperta.

L’ultima parte del percorso ricostruisce il momento dell’arrivo ad Ellis Island, il più grande centro di smistamento di tutti i tempi, da cui transitarono oltre 12 milioni di passeggeri. E’ facile immaginare l’angoscia dei migranti, stremati dal viaggio e timorosi di vedersi respinti ai lungi controlli sanitari condotti qui. Quello di Ellis Island era di sicuro l’ostacolo più grande dell’intera epopea, lo scoglio contro cui molti avrebbero visto infrangersi tutte le speranze di iniziare una nuova vita.
Nell'ultima sezione il museo diventa ancora di più patrimonio di tutta la comunità, non solo della città ma di tutta Europa, invitando i visitatori a raccontare e condividere le storia di migrazioni della loro famiglia, dando la possibilità di cercare negli archivi del museo nomi e tracce di un loro passaggio per questi ambienti.
Una storia collettiva che riguarda tutti: Anversa in primis, comunità formata da oltre cento nazionalità, simbolo della multiculturalità di una città fervente centro di scambi e crocevia di genti fin dal medioevo; storia d’Europa, che da qui vide partire molti dei suoi cittadini delusi e sfiniti da una vita di miseria e disperati al punto da lasciarsi tutto alle spalle per inseguire l’ignoto; storia d’America, di quegli Stati Uniti  che proprio su quella disperazione e quelle speranze gettarono le basi della loro storia moderna, assicurando a molti una nuova vita, più dignitosa e felice; storia passata che si ripete, nelle nuove migrazioni di oggi, dettate di nuovo da una crisi economica che spinge molti, giovani e meno giovani, a spostarsi altrove.

Vite in movimento, oggi come allora. Migration is a timeless story.


Ronco Biellese è un piccolo comune di 1500 anime a mezza costa del Brich, la collina sulla cui sommità troneggia il Castello di Zumaglia; questo piccolo e accogliente paesino ha in serbo un prezioso gioiello per chi decida di dedicargli un paio d'ore: l' Ecomuseo della Terracotta, uno scrigno che racchiude ed illustra la storia  dell’artigianato della terracotta e spiega il profondo legame che questa produzione ebbe in passato col territorio e la sua influenza sull'economia locale. Ronco è infatti adagiata su una collina d'argilla rossa, e fu proprio quest'abbondanza di materia prima a determinare il fiorire di produzione di stoviglie in terracotta. 
La fama che ben presto guadagnarono le terrecotte di Ronco, chiamate bielline, fu dovuta all'alta qualità dell'argilla che le rendeva particolarmente resistenti al fuoco. La produzione ebbe un tale successo da arrivare a fine Ottocento a quasi due milioni di pezzi prodotti all'anno!

A spiegarci il museo una guida d’eccezione,Giorgio Rey, colui che per primo decise di raccogliere e collezionare antichi pezzi di terrecotte perché l’eredità e la memoria di questo antico mestiere, andate quasi completamente perdute con l’avvento del lavoro in fabbrica, fossero recuperate e salvaguardate. E’ nel suo viso cordiale e sorridente , nelle sue mani che mimano antichi gesti che rivedo la passione e l’orgoglio per una tradizione che costituisce la storia e il passato di questo paese. Le terrecotte sono oggetti semplici, umili, come umile era il  mestiere dello stovigliaio, ma carico di una grande dignità e ricco di tecniche e capacità tramandate di generazione in generazione. Oggi lo chiameremmo know how, ma io preferisco chiamarlo il saper fare.

Con grande trasporto Giorgio ci porta nelle varie stazioni del museo, dislocate in diversi punti lungo un percorso di circa tre chilometri all'interno del paese. A colpirmi è il nome di una delle sale affacciate sulla piazza centrale stampigliato a grande lettere sulle vetrine: Museo dall'Emilio perché per anni questo piccolo e accogliente ambiente fu il negozio di alimentari del signor Emilio appunto, e dopo la sua scomparsa si decise di intitolargli la sala. Trovo questo gesto di una delicatezza infinita, tanto da commuovermi: il tributo di una comunità ad un suo eroe di tutti i giorni, un eroe umile che, insieme a molti altri, con il suo lavoro ha fatto la storia di questo paese.
La sala conserva bellissimi piatti e stoviglie in terracotta, molti dei quali impreziositi da semplici decorazioni: oggetti fatti con un materiale povero ma che grazie alla passione e all'amore di chi li ha prodotti sono diventati belli e degni di essere ammirati. Stoviglie semplici e resistenti fatte da mani esperte che le hanno modellate, e dalla pazienza di aspettare che la cottura le trasformasse in quello che sono ancora oggi: pezzi senza tempo che mi ricordano le cose più belle, alla fine, sono quelle fatte con le mani e col cuore.
Starei ore ad ascoltare Giorgio e gli altri esponenti della Pro loco raccontare della Ronco del passato e spiegarci quale arte e capacità richiedesse la delicata cottura delle terrecotte. Mi scalda il cuore vedere come tanta gente sia venuta ad accoglierci desiderosa di mostrarci quanto di più bello e prezioso hanno da offrire e con quale passione cerchino di spiegarci quanto sia importante capire e divulgare la conoscenza di questa antica produzione che ha segnato e determinato la storia moderna del territorio. Ascoltarli mi ricorda che solo tornando alle radici si può capire il presente, e cambiarlo in meglio.
Ascolto con passione racconti di un tempo andato, storie di un mestiere andato perduto ma che grazie all'Eocmuseo ha trovato voce e memoria, ed è lì a ricordarci la magia di un'arte povera eppure capace di produrre tanta bellezza.