Monterubbiano panorama

I dintorni di Fermo offrono dei borghi incantevoli ed incontaminati, antichi gioielli da riscoprire. 

Torre di Palme, un borgo sul mare

Veduta da Torre di Palme
Veduta da Torre di Palme

Uno di questi è Torre di Palme, in verità una frazione del comune di Fermo, che si affaccia sul mare. Il borgo presenta caratteristiche costruzioni e diverse chiese che indicano non solo l’antico rapporto con il mare, ma anche con la città dominante.

Spiccano tra queste la medievale Chiesa di S. Maria a Mare con affreschi che testimoniano antiche devozioni, la Chiesa di S. Agostino con all’interno un Polittico di Vittore Crivelli gremito di santi e con il suo fondo dorato che ricorda il paradiso e l’antica Chiesa di S. Giovanni con il suo bel portale.
Passeggiando per i vicoli sembra che il tempo si sia fermato, si respira un’atmosfera autentica circondati da costruzioni realizzate dall’uomo in armonia con ciò che la natura stessa ha creato.

Moresco, il borgo dai setti orizzonti 

La torre eptagonale di Moresco
La torre eptagonale di Moresco

Altro paesino che troviamo a pochi chilometri da Fermo è Moresco. Piccolo borgo perfettamente conservato che dal 2002 è entrato a far parte del Club dei Borghi più belli d’Italia con i suoi pittoreschi edifici e le possenti mura che lo circondano. Ma la caratteristica principale di questo paese è la sua alta torre eptagonale, che gli fa meritare l’appellativo di borgo dai sette orizzonti. Molte le ipotesi sul perché questa torre abbia sette lati, ed una delle teorie più convincenti riguarda proprio il vertice di questo eptagono che sembra puntare verso il Monte Sibilla, luogo pieno di magia e mistero. Il sette è sicuramente un numero dai molteplici significati: era ritenuto dagli antichi il numero perfetto, riportato nei giorni della settimana e diverse volte anche nell’Antico Testamento. 

Ora sta a voi scoprire il mistero di questa caratteristica costruzione proprio qui a Moresco.
Entrando nel borgo una lunga striscia in pietra lo attraversa, ricordando come al posto dell’antica piazza sorgeva tempo fa una chiesa. Infatti al di sotto di un cortile porticato si può notare un affresco di una Madonna con Bambino realizzato dal pittore Vincenzo Pagani. Questo portico altro non è che la navata della Chiesa oggi non più esistente.
Uscendo leggermente dal paese, lungo la strada, si può esser catturati da un antico tempietto che sembra essere caduto all’interno di un giardino ben curato: si tratta della Chiesa di S. Maria della Salute, un pittoresco luogo di culto con una bella cupola, costruita al posto di una precedente edicola devozionale.
A Moresco è consigliata anche una tappa culinaria. Sparsi nei dintorni del borgo tanti produttori locali dove si possono acquistare carni, formaggi, olio e vino con un ottimo rapporto qualità-prezzo.

Monterubbiano

Palazzo Comunale di Monterubbiano
Palazzo Comunale di Monterubbiano

Infine, tra gli antichi borghi nei dintorni di Fermo che meritano una tappa, possiamo citare Monterubbiano. Il nome della città è forse legato al commercio della robbia, pianta tintoria pregiata e utilizzata fin dall’antichità che, non a caso, compare anche nello stemma cittadino. 

Nel paese sono vissuti due personaggi che hanno lasciato il segno, seppur in ambiti completamente diversi. Il primo è Vincenzo Pagani, un pittore che discende da una dinastia di artisti, seguace della pittura veneta, in particolare mediata attraverso l’arte di Lorenzo Lotto, rende nei suoi dipinti paesaggi che sembrano definiti grazie ad una tersa giornata di sole, quando non ci sono né ombre, né foschie. L’altro personaggio è Temistocle Calzecchi Onesti, inventore del coherer (il coesore), un rilevatore di onde elettromagnetiche che si rivelerà fondamentale per il futuro sviluppo della radio.
Il centro della città è punteggiato da numerose Chiese con interessanti simboli medievali scolpiti che ricordano l’importanza di questo paese: tra le principali ricordiamo Santa Maria de’ Letterati, S. Agostino, S. Maria dell’Olmo e la Pieve dei SS. Stefano e Vincenzo. 
Accanto alla Chiesa di Santa Maria de’ Letterati sorge il Teatro dedicato alla gloria locale, Vincenzo Pagani, che conserva anche il suo prezioso sipario storico. Edificio di piccole dimensioni, come ne esistono molti in una regione che vanta la più alta concentrazione di teatri storici, in rapporto al numero delle città e degli abitanti.
Nella Chiesa di S. Francesco, situata nella parte più alta della città è ospitato invece il Polo Museale interessante soprattutto per la raccolta di reperti piceni rinvenuti nella zona. A questa antica civiltà, che ha vissuto il suo periodo di massimo splendore circa 2500 anni fa, è dedicata una rievocazione storica che ha il suo centro proprio a Monterubbiano. Si tratta della tradizione dell’Armata di Pentecoste, meglio conosciuta come Sciò la Pica, e rievoca proprio lo spostamento degli antichi Piceni dal Lazio verso le Marche, secondo il rituale del ver sacrum (primavera sacra). La migrazione di questo popolo sarebbe stata guidata da un picchio, come ricorda ancora oggi la rievocazione durante la quale quattro corporazioni sfilano con i loro caratteristici abiti, con i picchi tenuti nelle rispettive gabbie e tenendo in mano dei rami di ciliegio al grido propiziatorio di “Scio la Pica!”
Altra caratteristica del borgo è la presenza di alcune case che facevano parte dell’antico quartiere ebraico. A questa comunità è legato un fatto curioso: nel XVI secolo il Comune indebitato proprio con la comunità ebraica fu costretto a vendere parte del territorio al di là del fiume Aso, che fu prontamente comprato dalla confinante città di Montefiore dell’Aso e da quel momento il fiume segna il naturale confine tra i due Comuni.
Sono ancora tante le tradizioni, le leggende e le vedute caratteristiche che si possono gustare in questi borghi, insieme alle caratteristiche tagliatelle fritte tipiche di Monterubbiano. 
Paesi che conservano la loro bellezza perché rimasti intatti e incontaminati e rappresentano una parte di mondo dove il tempo scorre lento e dolce.

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Oggi ci spostiamo nel sud delle Marche, a Fermo, una città che è al centro di una provincia giovanissima e conosciuta dai più per i marchi di calzature presenti in tutto il mondo come Tod’s, Nero Giardini e Loriblu, solo per citarne alcuni.

Aggirandosi per i dintorni di Fermo si notano subito paesaggi quasi incontaminati, dove la presenza dell’uomo è stata costante, ma la natura ha sempre mostrato il suo carattere. Sparsi intorno alla città arrampicata sul colle, una serie di borghi con la caratteristica struttura di castello, circondati dalle proprie mura e sui quali Fermo ha esercitato il proprio dominio per secoli. 
Una città ricca non solo grazie alla sua potenza tanto che, ad un certo punto della sua storia, decide di farsi governare da parenti diretti del Papa, ma anche grazie al suo artigianato che vanta una tradizione secolare. 
Molti personaggi vi hanno lasciato importanti testimonianze a partire dalla Regina Cristina di Svezia, meglio conosciuta come la regina senza trono, figlia di uno dei maggiori Re protestanti del Nord Europa, che decide di convertirsi al cristianesimo. Tra i suoi più intimi amici e confidenti il Cardinale Decio Azzolino, proveniente da una nobile famiglia fermana e morto a pochi giorni di distanza dalla Regina. Questa strana coincidenza ha dato adito a storie leggendarie legate ai due emblematici personaggi.

Cosa vedere a Fermo

Il Palazzo degli Studi
All’interno del Palazzo dei Priori è conservata la ricca biblioteca con i libri che il Cardinale, ed altri dopo di lui, donarono alla città. Istituita nel 1688, interamente in noce, raccoglie circa 300.000 volumi, oltre a disegni, pergamene, manoscritti e lettere tra cui anche una di Cristoforo Colombo.
Sopra la porta spicca la dedica “A Cristina” ed entrando si nota un altro oggetto sorprendente: un mappamondo di due metri di diametro del 1713, dove vennero disegnati tutti i continenti allora conosciuti. Altro gioiello della Pinacoteca è l’Adorazione dei pastori di Peter Paul Rubens, pittore originario di Anversa, che non mise mai piede a Fermo, ma da Roma inviò un’emozionante tela realizzata per la locale Chiesa di S. Filippo. Un Gesù splendente di luce che investe i pastori arrivati a rendergli omaggio e la stessa Madonna inginocchiata accanto alla mangiatoia.
Uscendo dal Palazzo dei Priori ci si può immergere nel sottosuolo visitando le Cisterne Romane, unico esempio in Italia e in Europa di piscine epuratorie romane. 2200 metri quadrati sotterranei che rappresentano ancora oggi un’opera di ingegneria unica e paragonabili soltanto a quelle di Istanbul, costruite soltanto quattro secoli più tardi.
Da non perdere il Duomo, collocato nel punto più alto della città, il Colle del Girfalco da cui si gode un bellissimo panorama che spazia fino al mare. La chiesa si erge fiera con la sua architettura medievale all’esterno e presenta all’interno numerosi monumenti sempre risalenti a questo periodo. Come molte altre chiese marchigiane, la sua architettura interna è stata rimodernata nel corso del XVIII secolo per via dei rinnovamenti imposti dalla Chiesa, ma i fermani riuscirono a bloccare il progetto di rifacimento preservando in questo modo l’antica facciata che si mostra ricca di simboli come un vero e proprio libro di pietra.
Per gli amanti dell’arte e dell’architettura non può mancare una visita alle Chiese di S. Francesco e di S. Agostino risalenti al XIII-XIV secolo ricche di affreschi che testimoniano la passata grandezza di questi edifici e dei personaggi fermani ad esse legati. Inoltre passeggiando per la città, scendendo lungo il corso principale che parte da Piazza del Popolo si incontrano antichi ed interessanti edifici come Palazzo Fogliani con un’elegante facciata in stile veneziano, testimone dei prolifici rapporti politici e commerciali tra la Repubblica di Venezia e la città marchigiana. Di fronte si scorgono le Chiese di S. Zenone e S. Pietro arricchite dai portali più antichi della città risalenti al XII secolo, testimonianza del ricco passato medievale.
Per rivivere appieno questa epoca non può mancare una visita in città durante la Cavalcata dell’Assunta, che si svolge la seconda settimana di agosto. Fermo si ricopre di bandiere colorate corrispondenti agli antichi quartieri della città. Si tratta di una delle più antiche rievocazioni delle Marche risalente al Medioevo, una competizione tra i diversi quartieri, come avviene nel più noto Palio di Siena, arricchita da un suggestivo corteo con costumi medievali.
Infine, sempre nella zona di quartiere Campolege (uno dei rioni storici della città) è stato allestito di recente il MITI, Museo dell’Innovazione e della Tecnica Industriale. Un racconto attraverso video, foto e oggetti della laboriosa storia dell’Istituto Tecnico Montani, una scuola fondata subito dopo l’Unità d’Italia che fu sempre all’avanguardia nel campo tecnologico e artigianale. Un istituto che ha saputo coniugare la teoria alla pratica, dove gli allievi studiavano sui libri e, lavorando, applicavano le loro conoscenze nelle officine della scuola. Oggi questa storia può essere rivissuta attraverso il museo a contatto con gli antichi macchinari azionati, nell’epoca della rivoluzione industriale, da professori e studenti della scuola.
Infine uscendo dalla città, in direzione di Porto S. Giorgio, si incontra un edificio ottocentesco con un caratteristico giardino. È Villa Vitali, sede dei Musei Scientifici di Fermo: qui è possibile visitare il Museo Polare, unica collezione italiana specializzata nel Polo Nord, interessante per gli oggetti che parlano di civiltà così lontane da noi, come gli Inuit, meglio conosciuti come Eschimesi, e della storia delle spedizioni al Polo Nord.
Arte, scienza, musica, outlet e tradizioni: Fermo offre un ventaglio di proposte molto variegate ed un caratteristico centro storico di impianto medievale con edifici importanti e maestosi che sottolineano la sua passata grandezza.

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Zona Bicocca MilanoGrazia Guarnieri, guida turistica autorizzata per Milano e Provincia, ci conduce per mano in un itinerario per visitare un angolo della sua città, la zona Bicocca.

Quest’area di Milano prende nome dalla Bicocca, villino di caccia della famiglia Arcimboldi. L’area diventa un quartiere operaio agli inizi del ‘900, con il definitivo insediamento degli stabilimenti Pirelli e Ansaldo che vengono smantellati a partire dagli anni ’80. La riqualificazione, curata principalmente dallo studio dell’architetto Vittorio Gregotti, ha fatto nascere un quartiere completamente rinnovato, dotato di avanzati servizi culturali e costruzioni moderne. 
Questo itinerario è percorribile in qualunque giornata. Unica limitazione: evitare i giorni di nebbia, che impediscono di godersi il panorama dalla Collina dei Ciliegi. 

Il Borgo Pirelli

Borgo Pirelli
Borgo Pirelli

Il nostro giro inizia dalla fermata M5 Bicocca. Da Via Pulci o Viale Rodi arriviamo in Viale Sarca.

Qui la prima sorpresa: l’antico villaggio operaio accanto alla nuova collina. 
Il Borgo Pirelli nasce negli anni ’20 del Novecento per ospitare gli operai che lavoravano alla Pirelli. Il Borgo è composto da una serie di villette mono e bifamiliari a cui si aggiunge un condominio di quattro piani. Questi edifici presentano insolite, sobrie decorazioni liberty. Al piano terra del condominio, negozi per fornire servizi e generi alimentari agli operai. Le villette sono dotate di un piccolo giardino – orto. Spero che ci sia presto una ristrutturazione rispettosa di questo quartiere a misura d’uomo. 
Da qui saliamo sulla Collina dei Ciliegi e godiamoci il panorama.

La Collina dei Ciliegi, alta 25 metri è nata nel 2007 sovrapponendo le macerie delle industrie demolite. Da qui c’è ampia visuale sul quartiere. E in primavera i ciliegi sono in fiore sono meravigliosi! Ora abbracciamo con lo sguardo la grande area dove sorgevano le officine, demolite a partire dagli anni ’80. Scordiamoci le dimensioni minute del Borgo Pirelli: qui le costruzioni e le ampie piazze a due livelli hanno una dimensione monumentale, si impongono allo sguardo. Gli ampi edifici della Bicocca sono riconoscibili dal colore rosso mattone delle facciate e dalle finestre quadrate. Del Teatro degli Arcimboldi riconosciamo la grande vetrata e la torre scenica. Fa da sfondo al quartiere un grande palazzo di un rosso più scuro rispetto all’università. Si tratta di un imponente edificio di edilizia convenzionata, un trait d’union fra la Bicocca e Sesto San Giovanni. 

Il Quartiere Bicocca e il Teatro Arcimboldi

Scendiamo dalla collina ora, e immergiamoci nel quartiere. 
Negli anni ’90 la necessità di decongestionare l’Università degli Studi ha portato alla nascita dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. I grandi palazzi rossi ospitano aule, uffici, laboratori e aule studio. Le piazze sono pensate come luoghi di aggregazione per studenti e abitanti del quartiere. Sono alberate, dotate di panchine e fornite di vari servizi (parafarmacia, posta, supermercato, vari bar, lavanderia …). La mia preferita è Piazza della Trivulziana. Enorme, incorniciata da immobili universitari e residenziali, eppure vivace e umana, percorsa da famiglie e studenti. 
Dirigiamoci verso Viale dell’Innovazione, per vedere il Teatro degli Arcimboldi. Il teatro viene inaugurato a inizio 2002 per sostituire la Scala, interessata da lavori. Con il tempo ha guadagnato un pubblico affezionato alla buona programmazione di musical e spettacoli. La caratteristica copertura vetrata illumina la grande hall con le aree di servizio e l’accesso alla sala a ventaglio, nota per l’eccezionale acustica. 

Villa Bicocca degli Arcimboldi

Villa Bicocca degli Arcimboldi
Villa Bicocca degli Arcimboldi

Prendiamo Via Padre Buccaro per andare su Viale Sarca. Dietro i cancelli, al centro di un parco ben tenuto, la casa che ha dato il nome al quartiere: la Bicocca degli Arcimboldi

La villa è stata costruita nella seconda metà del XV dagli Arcimboldi, come luogo per la caccia e lo svago. Rimane un’interessante, isolata testimonianza dell’arte del Quattrocento lombardo. Disposta su tre piani, è interamente decorata da affreschi. Particolarmente curiosi gli affreschi al piano nobile, nella cosiddetta sala delle dame. Rappresentano la giornata ideale della padrona, dal risveglio, al gioco degli scacchi, fino alla preparazione del letto nuziale. La villa attualmente è di proprietà della Pirelli e non è aperta al pubblico. 

La sede Pirelli

Procediamo lungo Viale Sarca. Al numero 222 l’attuale sede della Pirelli conserva un’altra particolarità. Qui sorgeva l’immensa torre di raffreddamento. Nel corso del rifacimento della sede aziendale, si è deciso di conservarla. Il risultato è incredibile. Un cubo di vetro e acciaio avvolge e lascia intravedere la vecchia torre. Si tratta di un luogo privato ma è possibile dargli un’occhiata all’interno presentandosi con serenità e … evitando le foto con il flash!

Torre Breda, da serbatoio a polo culturale

Torre Breda Milano
Torre Breda

Camminiamo ancora e ci troviamo a una fermata M5: Ponale. Prima di tornare a casa, guardiamo l’ultima chicca: l’alta torre che svetta davanti a noi. 

Non siamo più in zona Pirelli. Questa torre fabbricata nel 1913 in stile neo-rinascimentale, era usata da Breda. Serviva da serbatoio idraulico sulla linea dell’acquedotto. Il fabbricato a due piani che si trova al su fianco, conteneva i macchinari di servizio e la casa del custode. Il Dipartimento de Scienze della Terra dell’Università Bicocca ha dichiarato che trasformerà quest’area abbandonata in una stazione di ricerca sulla qualità dell’aria e della vita cittadina. Non vedo l’ora: Milano ha bisogno di cambiare rotta, a proposito di qualità dell’aria! Nel frattempo, prima di tornare alla nostra quotidianità, guardiamo questa magnifica torre illuminata. 
Grazia Guarnieri 
@EclecticToursMI
Guida Autorizzata di Milano e Provincia

Macerata panorama

È una città discreta e, a prima vista, ci si potrebbe appena fermare per una passeggiata in una lunga e calda giornata di primavera. Ma a Macerata, l’errore più comune è fermarsi alle apparenze perché niente è come sembra.

Facendo un giro attorno alla città, certo si nota l’imponente cinta muraria risalente al XV – XVI secolo, ma ad un certo punto, non si può proprio fare a meno di accorgersi di un edificio un po’ più particolare degli altri: lo Sferisterio.
Si tratta di un’architettura a metà tra il teatro all’aperto e un’arena: in realtà, è oggi una struttura utilizzata per numerosi concerti estivi, data la sua perfetta acustica. 
Un edificio che si ispira agli antichi teatri all’aperto, ma pensata come un’arena per alcuni giochi popolari come il gioco del pallone al bracciale che, durante l’800, era una delle competizioni più in voga in varie città del centro Italia. Qui hanno cantato celebri tenori come Mario Del Monaco, Luciano Pavarotti, Beniamino Gigli, Placido Domingo, José Carreras, Renata Tebaldi, Katia Ricciarelli e tanti altri.
Macerata è sempre ai vertici di molte classifiche per la qualità della vita, che qui scorre lentamente tra i vicoli stretti e le piazze che a poco a poco salgono verso il centro storico ricreando la struttura di una cipolla.

Cosa vedere a Macerata

Sferisterio macerata
Sferisterio all’esterno
Al centro, si apre una piazza irregolare che ospita gli edifici più importanti che hanno reso importante la città dal Rinascimento in poi: il Palazzo del Governo con la sua elegante loggia, sede di vescovi e cardinali, ovvero i legati pontifici della Marca d’Ancona, l’Università fondata ufficialmente da Papa Paolo III nel 1540, ma già presente dal XIII secolo, il Teatro Lauro Rossi, un autentico scrigno architettonico, realizzato da Antonio Galli detto il Bibbiena, uno dei maggiori architetti teatrali del XVIII secolo e la torre civica, una delle più alte delle Marche con un interessante orologio ad automi del XV secolo recentemente ristrutturato. È possibile vedere il carosello dei personaggi due volte al giorno (alle 12:00 e alle 18:00) e stupirsi di fronte all’importanza di una tale opera in una città marchigiana che, nei secoli scorsi, era conosciuta ed attraversata, per la maggior parte, dai tanti pellegrini che percorrevano la strada da Roma o Assisi fino a Loreto.
Ci si stupisce dell’importanza di questa grande opera iniziata proprio nel 1568, lo stesso anno in cui Padre Matteo Ricci, un missionario gesuita, partì da Macerata per poi compiere un viaggio memorabile in Cina. Lì, dove è ancora oggi conosciuto come Li Madou, riuscì ad entrare alla corte dell’Imperatore facendo innamorare i cinesi di orologi, mappamondi e carte geografiche che aveva potuto sperimentare assai poco nella sua città natale.
La città conserva anche il Teatro della Filarmonica, uno splendido esempio di teatro ottocentesco e, con i suoi tre edifici storici, si pone a pieni titoli a capo della terra dei teatri, come viene definita la regione Marche.
Tra gli edifici di Macerata non ce n’è uno che spicca per la sua architettura rinascimentale, barocca o neoclassica: tutto è estremamente misurato e senza eccessi, e dall’esterno non si immaginano le ricchezze che si possono dischiudere all’interno.
È il caso della Basilica della Misericordia, una piccolissima chiesa accanto al Duomo dedicato a S. Giuliano. L’interno, realizzato su disegno del celebre Luigi Vanvitelli, è ricco di affreschi, dipinti, marmi, ori e decorazioni: non c’è un solo pollice di spazio libero.
Palazzo Buonaccorsi
Palazzo Buonaccorsi
La stessa impressione si ha anche a Palazzo Buonaccorsi, sede della Galleria d’arte moderna e contemporanea e del Museo della Carrozza. All’interno, dopo una lunga serie di sale ricche di dipinti, se ne apre una interamente decorata, dal pavimento al soffitto, un grande esempio di pittura rococò realizzato da diversi esponenti della pittura settecentesca italiana. Il Museo della Carrozza permette, a grandi e bambini, di compiere un vero e proprio viaggio nel tempo attraverso gli interessanti esemplari di carrozze esposte.
Nella galleria d’arte contemporanea spicca la figura di un artista maceratese, che al pari di Padre Matteo Ricci arrivò a lavorare con i più grandi artisti del suo tempo. Ivo Pannaggi, esponente dell’arte futurista, pittore, architetto e genio poliedrico arrivò addirittura a collaborare con Gropius e Kandinskij. 
A pochi passi l’elegante Palazzo Ricci ospita invece una delle più ricche collezioni d’arte contemporanea della regione, con opere di Balla, Depero, Licini, Burri, Casorati, Vedova, Fontana e tanti altri. In questo palazzo abitò Alessandrina d’Azeglio, figlia di Massimo e Giulia Manzoni, che sposò Domenico Ricci, uno degli ultimi eredi di questa importante famiglia.
Una città che merita una visita approfondita tra le sue tante chiese e capace di interessare grandi e piccini grazie alle sue numerose ricchezze, dall’arte contemporanea, ai teatri, alla collezione di carrozze, ai suoi numerosi palazzi che nascondono intriganti storie tutte da scoprire.

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Recanati
Le Marche, una terra al di fuori dei grandi flussi turistici, ma allo stesso tempo un pezzo d’Italia ricco di paesaggi incantevoli, testimonianze artistiche di rara bellezza e personaggi che hanno contribuito a rendere famosa l’Italia nel mondo. 

Al centro della regione, Recanati, una città che attraverso la sua storia ha abilmente concorso a questa notorietà.

La storia di Recanati

Recanati
Foto di Francesco Domesi
Era il 1229 quando l’Imperatore Federico II di Svevia confermò importanti privilegi e concesse la costruzione del porto lungo la costa, l’attuale Porto Recanati, luogo importantissimo di traffici e commerci. 
Era il 1294 quando arrivò su un colle nei pressi del centro storico di Recanati, una reliquia fondamentale per la storia della cristianità: la stanza dove l’arcangelo Gabriele incontrò Maria e gli comunicò che sarebbe nato Gesù. Attorno alla preziosa reliquia sorse una Basilica e, dopo alcuni secoli, la città di Loreto.
Correva l’anno 1506 quando il pittore veneto Lorenzo Lotto si trovò, forse per la prima volta, a passare a Recanati dove dipinse una delle opere d’arte più importanti della sua vita, continuando poi a lavorare in città e nelle Marche realizzando dipinti che parlano della religione in maniera semplice ed emozionante.
Era l’estate del 1798 quando all’interno di un austero palazzo nobiliare della città nacque colui che diventerà uno dei poeti più amati dagli italiani, Giacomo Leopardi; i suoi versi poetici risuonano nella mente di qualsiasi studente italiano.
Correva la primavera del 1890 quando nel quartiere di Castelnuovo nacque Beniamino Gigli, colui che con la sua voce emozionerà generazioni intere di amanti della lirica e non, in Italia e nel mondo.
Bastano queste poche date e questi pochi avvenimenti per capire che a Recanati in ogni angolo della città si trovano testimonianze religiose, artistiche, poetiche e musicale. 
Un luogo capace di attrarre e conquistare gli amanti dell’arte rinascimentale, attraverso le opere di Lorenzo Lotto, ma dove il rinascimento è più quello veneziano che non quello toscano.

Recanati tra poesia e musica

Recanati
Foto di Francesco Domesi
Un posto reso celebre da due personaggi: Giacomo Leopardi, enfant prodige prima, e poi uno dei massimi filosofi e pensatori dell’800 e Beniamino Gigli riconosciuto il più grande tenore del XX secolo. Non è un caso che poi a pochi passi da Recanati troviamo Macerata, oggi nota per la stagione lirica che si celebra in uno dei teatri all’aperto più interessanti in Italia, Lo Sferisterio, e Castelfidardo, patria della fisarmonica.
Recanati, un luogo importante nei secoli perché collocato lungo l’antica via Lauretana, strada percorsa dai pellegrini che dall’entroterra o da Roma si recavano alla Basilica della Santa Casa di Loreto, uno dei santuari mariani più importanti in Europa. 
Una visita alla città, collocata in posizione strategica al centro della Regione Marche e con una felice posizione geografica, che permette di volgere lo sguardo verso panorami che affacciano sul mare Adriatico, sul Monte Conero o verso l’entroterra e sembrano tendere all’Infinito.

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La nostra guida per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci porta a scoprire un angolo molto suggestivo della capitale, il Quartiere Coppedè, i cui edifici rappresentano un interessante sunto delle grandi correnti artistiche europee di inizio Novecento.

Immaginate di essere a Roma alla fine dell’Ottocento, vi troverete davanti una città nel pieno di una crescente e costante trasformazione. Divenuta da poco capitale del Regno d’Italia, l’urbe necessitava di modifiche significative del tessuto urbanistico e architettonico. 
All’interno di questo ambizioso progetto, rientra l’area che oggi è chiamata Quartiere Coppedè, dal nome dell’architetto fiorentino che lo progettò. 
Gino Coppedè può essere considerato “figlio d’arte”, infatti, fu inserito fin da giovanissimo nell’azienda di ebanistica La casa Artistica del padre Mariano, esperienza che influenzerà non solo la sua formazione ma anche la sua carriera professionale. L‘area che progettò a Roma, si inserisce all’interno del più ampio quartiere Trieste nel territorio amministrativo del II Municipio, tra piazza Buenos Aires e Via Tagliamento. 
I lavori iniziarono nel 1917, ma procedettero a rilento nei primi anni a causa della guerra. Tra 1925 e 1926 fu terminata Piazza Mincio, il perno centrale intorno al quale ruota tutto il quartiere e nel 1927, anno in cui morì Gino Coppedè, il nucleo principale del progetto originario era concluso. 

Una sintensi delle nuove tendenze artistiche di inizio Novecento

Nella progettazione dell’area Coppedè racchiuse tutte le nascenti idee che dai laboratori londinesi di Artur Liberty si andavano diffondendo in Europa attraverso oggetti, stoffe e arredi di gusto floreale, con nomi differenti ma identiche scelte stilistiche. Dall’Art Nouveau di Francia, alla Secessione Austriaca passando per il Modernismo Spagnolo fino al Jugendstil Tedesco e al Floreale Italiano; tanti nomi per indicare la stessa tendenza, una volontà di distaccarsi dagli stili storicamente accettati che non si accordavano più con una società industrializzata. Era necessario migliorare con le decorazioni gli oggetti prodotti dalle industrie, per evitare che la produzione in serie banalizzasse il tutto, generando un rifiuto dei consumatori. La società industriale cerca di darsi un’estetica attraverso l’asimmetria e l’eleganza decorativa, il dinamismo e la linea di contorno, pervasa da un’intensa fiducia nel nuovo; il liberty divenne in breve il simbolo della borghesia in ascesa. 
Gino, condividendo pienamente tutte queste tematiche, utilizzò nel Quartiere ogni tipo di materiale; ferro, marmo, vetro, tessere di mosaico, affresco, nulla manca nelle decorazioni, dove il ruolo dell’artigiano la fa da padrone. Ideò il progetto curando personalmente ogni dettaglio, pensò ai bassorilievi così come alle sculture. 
Entrando da Via Tagliamento siamo immersi in una dimensione fantastica che si ritrova in tutti i 18 palazzi e 27 tra palazzine ed edifici. Un imponente lampadario in ferro battuto ci accoglie sotto l’arco d’ingresso che presenta una singolare decorazione in cui tutti gli elementi architettonici sono disposti in maniera asimmetrica.

Quartiere Coppedè- particolare

Coppedè inserì negli ornamenti moltissimi simboli, numerosi gli alberi stilizzati, manifestazione simbolica della presenza divina, i cui rami rappresentano anche i cinque elementi, l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra. L’architetto riservò un’attenzione speciale alle rappresentazioni animali; dalla civetta simbolo di chiaroveggenza, all’aquila emblema del potere e della vittoria, fino all’ape, considerata dall’antica cultura romana una scoperta di Bacco. Al ragno è dedicato un palazzo, e le rane simbolo di rinascita e rigenerazione della vita arricchiscono la fontana centrale, tornata alla ribalta qualche decennio fa per il bagno che i Beatles vi fecero vestiti dopo un concerto al vicino Piper. 

Immancabili cavalli e cavalieri, simboleggiano il codice d’onore e di comportamento, interpretazione di forza e rettitudine.

Nei Villini delle Fate, Coppedè, volle celebrare il suo amore per la natìa Firenze, inserendo ritratti di Dante e Petrarca, stemmi delle maggiori famiglie fiorentine e una veduta di Palazzo della Signoria.

Da notare i Palazzi degli Ambasciatori, dove per diverso tempo abitò Gino Coppedè con la famiglia. Attualmente nel Quartiere ci sono sia abitazioni private, che in molti casi “si nascondono” agli occhi dei visitatori, sia edifici istituzionali come le Ambasciate di Bolivia e Sudafrica.

Il quartiere è talmente misterioso e per certi versi alienante che fu scelto come ambientazione per alcune scene dei suoi film da Dario Argento; scorci inediti si ritrovano in “L’uccello dalle piume di cristallo” del 1970 e “L’Inferno” del 1980.

Sul progetto di Coppedè sono stati scritti molti libri, e avanzate tantissime interpretazioni differenti, ma nessun testo, compreso il mio breve articolo, vale lo stupore di passeggiare tra tanti capolavori. Un sabato mattina di primavera, andate e lasciatevi incantare, chissà che non siate proprio voi a scoprire nuovi e inediti scorci del magico Quartiere Coppedè.

Lasciati guidare
Valentina Nera 
Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia. 
Tessera n° 4192 
valenera@hotmail.it; 3339841466. 

La nostra guida turistica di fiducia per Roma, Valentina, ci presenta una nuova App per visitare la città.
Siete in partenza per un viaggio nella città Eterna? Volete scoprire gli angoli più suggestivi, le curiosità e le ricette tipiche? Avete voglia di girare in libertà, perdendovi tra i vicoli ricchi di storia? Siete in tanti, ma con curiosità diverse? Pensate che sia impossibile accontentare tutti e a rendere indimenticabile il vostro soggiorno?  La risposta è semplice e a portata di smartphone. 
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Grazie a iDotto potrete personalizzare il vostro tour, infatti, inserendo gli aspetti e gli argomenti da voi preferiti, sarete guidati a partire da questi, senza noiosissime introduzioni che non vi interessano, senza dover stare tutto il tempo con il telefono tra le mani a cercare quello che fa per voi. E mentre camminate per arrivare nel posto tanto desiderato iDotto vi racconterà dapprima quello che vi interessa, poi se avrete voglia ascolterete tutto il resto, altrimenti potrete fermarvi ad ammirare la vostra fontana preferita, una scultura che vi affascina, o i marmi intrisi di storia millenaria. 
A quanti di noi è capitato di scaricare sul telefono applicazioni o  mappe interattive, piene di contenuti interessanti, ma utilizzabili solo con la connessione internet? L’aspetto notevole di Idotto  è che tutto potrà essere fatto anche in modalità off line. Indossate gli auricolari, digitate una meta, e l’app grazie al GPS vi guiderà, con contenuti originali, pensati per voi e ultimo ma non ultimo, pensati per essere ascoltati, e non per essere letti. Questo è un aspetto da non sottovalutare, infatti, molto spesso, il limite delle applicazioni di stampo culturale-informativo  è proprio questo, contenuti troppo lunghi, troppo dettagliati, troppo letti e riletti su tutti i siti di informazione pseudo-culturale.

Potrete passeggiare liberamente, a testa alta, senza leggere, senza dover consultare continuamente mappe e cartine, senza lottare contro i riflessi del sole sul vostro smartphone per riuscire a vedere qualcosa. Avrete le mani libere, e d’estate le potrete usare per rinfrescarvi con una grattachecca, nata all’inizio del secolo scorso per combattere la calura estiva, è oggi una vera e propria istituzione, un simbolo della romanità moderna.  
Ma iDotto, non contiene soltanto contenuti di cultura. Siete pazzi per lo shopping? Bene, vi porterà nelle strade dello shopping. 
Volete visitare un luogo, ma non siete sicuri di attraversare mezza città per arrivarci? Posizionate la vostra app in modalità esplora e ascoltate cosa ha da raccontarvi, poi decidete se ne vale la pena. Inutile dirvi che a Roma vale sempre la pena. 
L’app può essere scaricata in due lingue, italiana e inglese, quindi potrete sfruttarla anche per allenarvi, per testare il vostro livello di inglese o molto più semplicemente potrete consigliarla al vostro amico di Londra che promette da anni di venire a trovarvi, ma non mantiene mai la parola data. Ditegli di scaricare l’app, sarà talmente affascinato dai contenuti e dalle curiosità, che la settimana successiva ve lo vedrete arrivare in casa vostra con una valigia che promette almeno 15 giorni di permanenza. 
Il team di iDotto, dopo i successi ottenuti, sta lavorando alla possibilità di realizzare anche altre applicazioni sulle città D’Italia, pensate a Firenze, Venezia e Milano, solo per citarne alcune. 
Ci sono 3000 racconti selezionati per voi.
Lo sapevate che Vespasiano inventò i gabinetti pubblici a pagamento? I Romani lo deridevano e criticavano per questa cosa, dicendogli che questi soldi avevano per così dire “un cattivo odore”,  ma lui senza lasciarsi influenzare dalle critiche rispondeva semplicemente “Pecunia non olet”. La citazione è talmente celebre che anche Alberto Sordi nei panni del Marchese del Grillo sentenziò “Roma è tutta un Vespasiano”. 
Oppure lo sapevate che le statue della facciata di San Pietro rappresentano Gesù, San Giovanni Battista e 11 dei dodici apostoli. Qual è l’apostolo mancante? 
E perché si dice che furono le oche a salvare i Romani dall’attacco dei Galli? 
E infine, lo sapevate che le Terme di Diocleziano sono state le terme più grandi della Roma antica? All’epoca quasi nessuno aveva i bagni in casa, quindi immaginate quante persone vi si recavano ogni giorno. 
Volete saperne di più? Allora prendete il vostro smartphone o il vostro tablet, digitate il sito http://www.idotto.com/index.html, scaricate la vostra applicazione e lasciatevi guidare in un viaggio millenario alla scoperta delle storie, degli aneddoti e delle curiosità che hanno portato la Città Eterna ad essere quella di oggi, perché passato e presente sono legati da un fil rouge invisibile che scorre nei secoli, sempre e per sempre. 
Roma, città fortunata, invincibile ed eterna 
Tito Livio, Ab urbe condita. 

Lasciati guidare
Valentina Nera 
Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia. 
Tessera n° 4192 
valenera@hotmail.it; 3339841466. 

Un nuovo capito di Itinerari D’Autore Roma e Provincia firmato della Guida Ufficiale Valentina Nera.
Stavolta la nostra esperta ci porta a scoprire un palazzo che sembra uscito da una fiaba!

Negli ultimi decenni dell’ancien regime, molti contadini francesi, oberati dal fisco, iniziarono ad emigrare. Tra questi Marino Torlonia decise di trasferirsi a Roma, dove con molta intraprendenza avviò delle attività commerciali riuscendo ad accumulare una discreta fortuna. Proprio per sancire la conquista del nuovo status sociale, la famiglia Torlonia si adoperò per ottenere i requisiti simbolici delle nobili famiglie romane. In quest’ottica venne concepito l’acquisto della Villa suburbana dei Colonna su Via Nomentana oggi Villa Torlonia.  Giovanni Torlonia, affidò la trasformazione della Villa al più importante architetto dell’epoca, Giuseppe Valadier, incaricandolo di trasformare il Casino in un’elegante costruzione neoclassica.  
L’edificio che più di altri ha subito trasformazioni nel corso dei secoli è, senza dubbio, l’attuale Casina delle Civette. A Giuseppe Japelli si deve la prima costruzione in forma di Capanna Svizzera a forma di L. 
Successivamente, quando Giovanni Jr ereditò la Villa, iniziarono ulteriori lavori di trasformazione; la primaria Capanna Svizzera divenne dapprima un Villaggio Medievale e in seguito la definitiva Casina delle Civette. Tutto questo venne realizzato con l’aggiunta di diversi corpi di fabbrica e la sovrapposizione di stili, dando vita ad un vero e proprio unicum in tutta la città di Roma. L’elemento fantastico è dominante, i tetti sono di varie forme e materiali così come gli elementi decorativi che arricchiscono ogni spazio della Casina. 

L’attuale aspetto si deve come già detto a Giovanni Jr, che nel 1925, quando la Villa divenne residenza di Benito Mussolini, si ritirò a vivere in questo luogo “modesto”, trasferendo su di esso il proprio carattere schivo e solitario, la propria passione per la notte e per la chiaroveggenza. Non a caso l’elemento dominante è la Civetta, simbolo delle tenebre, che grazie a propri occhi riesce a vedere anche nell’oscurità. Purtroppo, nel 1977, quando la villa, passata nelle mani del Comune di Roma, venne riaperta al pubblico innumerevoli furono gli episodi di atti vandalici che culminarono nel 1991 in un incendio proprio nella Casina delle Civette. 

Nel 1992 pertanto, fu necessario procedere a un restauro; vennero ricollocate in situ le Vetrate Artistiche fortunatamente rimosse in precedenza, e per quelle non più esistenti furono riprodotte delle copie identiche a partire dai cartoni preparatori originali; oggi la Casina ospita tra l’altro il Museo della Vetrata Artistica

Passeggiare all’interno delle piccole sale vi permetterà di immergervi in un mondo fantastico, numerosi sono i richiami ai simboli della Famiglia che la rese celebre; in particolar modo nel Salottino delle 24 Ore si può leggere una metafora cara ai Torlonia, i quali dopo vicende alterne riuscirono a risorgere così come la Fenice risorge dalle proprie ceneri, vera esaltazione dell’eternità del nome dei Torlonia. All’interno della Casina ammirerete moltissimi elementi zoomorfi come i  tralci d’edera che diventano lumachine negli estrosi capitelli. Nel Salottino dei Satiri, voli di Rondini e di Pipistrelli. Occhi vitrei di Civette vi guarderanno nella Stanza detta appunto delle Civette, appollaiate su nastri e tralci d’edera presentano degli occhi gialli realizzati a cabochon. Salendo al piano superiore ammirerete rose, nastri e farfalle coloratissime. 
Probabilmente la stanza che più di ogni altra rappresenta il gusto del Principe Giovanni è la Stanza dei Pipistrelli, ovvero la sua stanza da letto. Purtroppo in seguito all’incendio del 1991 l’ambiente ha perso il suo aspetto originario e originale, ma da alcuni documenti sappiamo che era pieno di civette ovunque. Carta da parati, pannelli del letto, lampadari, fino alla brocca, tutto era costellato da questo misterioso animale tanto caro al Principe. Di tutta la decorazione originaria resta una corona di pipistrelli sul soffitto, dipinto di azzurro scuro a simulare un cielo notturno. 
Quando la vostra visita si concluderà, uscendo dalla Scala delle Quattro Stagioni potrete ammirare il volo  degli uccelli migratori lungo le vetrate romboidali e  sarà come non sentire la differenza tra l’interno e l’esterno. 
Probabilmente non vi sembrerà di aver visitato un Museo, ma di essere stati in un castello fatato. 

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Valentina Nera 
Guida turistica autorizzata per Roma e Provincia. 
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 La Guida Turistica per Roma e Provincia, Valentina Nera, ci guida in un itinerario a San Polo dei Cavalieri, un borgo dalla storia antica e avvincente.



San Polo dei Cavalieri si erge a circa 650 metri alle pendici del Monte Morra e del Monte Gennaro nel cuore del parco dei Monti Lucretili; domina l’intera valle e sul punto più alto del paese l’occhio può spaziare a 360° in un’ampia visuale che va dai monti sino al mare.

La sua storia comincia da molto lontano, l’antico Castrum Sancti Pauli fu fondato intorno all’anno 1000 dai monaci di San Paolo fuori le Mura,che divenne poi trasformato dal dialetto in San Polo. In un documento del 1081 compare con il nome di Sancti Pauli in Jana, questa denominazione è stata a lungo studiata ed è tuttora motivo di discussione tra diverse scuole di pensiero. Per alcuni il termine Jana è da identificarsi con Giano, Dio di tutti gli inizi materiali e immateriali è rappresentato spesso con un duplice volto, uno che rivolge lo sguardo al passato e uno al futuro. Un’altra ipotesi, probabilmente la più verosimile, è quella che attribuisce la dicitura a Diana, Dea delle selve, dei monti e della caccia, peraltro a quella data molto venerata nella vicina Tivoli. Infine, l’ultima ipotesi è quella che rimanda ad una trasformazione dialettale del termine Gennaro, dal monte che domina il paese, in Jana.

Durante questi anni il Castrum si trovò a doversi difendere continuamente dagli attacchi dei Tiburtini, i quali ambivano ad avere San Polo soprattutto per la strategica posizione di dominio. Questo periodo di battaglie si risolse nel 1390, quando il feudo venne concesso da Bonifacio IX a Giovanni Orsini come ricompensa per i servigi resi alla corte papale. Gli Orsini iniziarono così dapprima ad accattivarsi la popolazione e nel 1433 circa iniziarono la costuzione del Castello, che riproducendo in sintesi la disposizione topografica del vecchio fortilizio, si sviluppò a partire dalla roccaforte centrale, verosimilmente presente già dal ‘600 e ritenuta da alcuni parte di un antica costruzione romana. Il palazzo, di forma quadrangolare presenta agli angoli quattro torri merlate. In questi anni grazie al forte legame che univa gli Orsini e i Sampolesi il feudo visse una fase di dominio incontrastato tenendo a scacco buona parte della nobiltà romana.

Alla metà del 1500 circa diminuì gradualmente lo stato di guerriglia nei feudi della campagna romana, pertanto, i vecchi castelli del Lazio persero la loro importanza e furono trasformati da fortezze in dimore nobiliari. Questo accadde anche a San Polo, quando nel 1558 Paolo Giordano Orsini, per ben figurare nel corteo nuziale del cognato Francesco de Medici, vendette al Cardinale Pietro Donato Cesi per 27.000 scudi.

Il castello divenne sede di villeggiatura per raffinati esponenti della cultura romana. In particolar modo una spinta propulsiva in tal senso fu data dal Principe Federico Cesi, fondatore nel 1603 dell’Accademia dei Lincei, che sembra scrivesse proprio da qui delle lettere a Galileo Galilei aggiornandolo sugli studi di botanica che effettuava sul Monte Gennaro.

Gli Orsini, amanti delle arti mutarono l’aspetto del palazzo, in parte all’esterno con l’apertura di alcune finestre, ma soprattutto all’interno dove chiamarono i fratelli Zuccari e Girolamo Muziano ad affrescare le imponenti sale. Gli affreschi sono oggi parzialmente conservati, e testimoniano per altro quanto l’attività di questi artisti fosse intensa sia a Roma che fuori Roma; infatti, in quello stesso periodo si trovavano ad affrescare le sale della sontuosa Villa voluta da Ippolito d’Este nella vicina Tivoli.

Nel 1656 si abbatté sul castrum l’epidemia di peste che sterminò quasi tutti gli abitanti del paese, che venne ripopolato da 40 membri delle famiglie superstiti. Da questo momento i Cesi iniziarono a trascurare San Polo e il 2 maggio 1678 vendettero alla famiglia Borghese. Questi, probabilmente ancora ebbri delle gesta di papa Paolo V e del suo Cardinal nepote Scipione Borghese, non dimorarono mai qui, anzi lo affittarono quasi subito a un certo Pietro Trusiani. In questi anni il castello venne adibito a granaio, lo si può dedurre oltre che dai documenti, da alcuni segni rilevati sugli affreschi dei fratelli Zuccari al piano nobile, dove delle linee verticali parallele starebbero proprio ad indicare la quantità di grano che affluiva.

Da un documento del 22 settembre 1706 compare per la prima volta la definizione Dei Cavalieri, anche per questa sono state proposte diverse identificazioni. Da quella romantica che fa risalire il toponimo al soggiorno di due cavalieri francesi a quella romanzata che attribuisce legami ai Cavalieri Templari.

Ma anche in questo caso c’è una spiegazione più logica oltre che verificabile. L’aggiunta dei Cavalieri deriverebbe dal periodo di dominio degli Orsini e in particolar modo dal fatto che Mario Orsini del ramo di Tagliacozzo nel 1532 aveva ereditato i beni di sua madre Giovanna dei Cavalieri aggiungendo pertanto il cognome di quest’ultima e diventando Orsini dei Cavalieri e successivamente solo dei Cavalieri.

Attualmente il paese si presta per il suo clima ottimale a ospitare viaggiatori che siano sia in cerca di riparo dalla calura capitolina sia agli escursionisti che si accingono a percorrere i sentieri dei monti circostanti.

Il Castello è oggi di proprietà privata, ma vi auguro un giorno di avere la possibilità di salire fino in cima e di poter affacciarvi dal punto più alto del mastio centrale per godere del meraviglioso panorama a 360° che spazia dai monti sino al mare.

Foto di Valentina Nera


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Il Museo del Giocattolo di Zagarolo esplorato e spiegato da Valentina Nera, Guida Turistica di Roma e Provincia.

Spesso nelle definizioni del termine giocattolo si fa esclusivamente riferimento ai bambini, poiché di fatto riuscire ad identificare il termine con poche parole è davvero complesso.
Il giocattolo appartiene ad ogni persona, ad ogni cultura, ad ogni società indipendentemente dal grado di ricchezza, sviluppo o democrazia. A chi non è capitato di vedere al telegiornale o in qualche documentario immagini di bambini a qualsiasi latitudine intenti a realizzare qualcosa con cui giocare. A onor del vero però va anche precisato che nei popoli cosiddetti industrializzati, moderni, occidentali, i bambini e non solo hanno perso in larga parte questo stimolo alla manualità, alla realizzazione dei propri giochi, forse perche qui si trovano nei supermercati, nei negozi specializzati e non solo, belli luccicanti ed imballati, che attirano e chiamano a sé, ovviamente quando non si ha già in mente un I-Padma questa è tutta unaltra storia.

Nella Città di Zagarolo in provincia di Roma, è nato nel 2005 il Museo Demoantropologico Regionale del Giocattolo, che ha ampliato progressivamente le proprie collezioni fino a diventare oggi, sia per il numero di oggetti presenti, sia per lampiezza degli spazi espositivi, il Museo del Giocattolo più grande dItalia, e uno dei maggiori in Europa. È ospitato allinterno del Palazzo Ducale, nella zona del vecchio castello medievale.

Entrando nel museo farete un lungo passo allindietro, da intendersi sia come memoria personale, sia collettiva. Si passa da giochi semplici composti da materiali comuni e poveri, fino ad approdare alla nascita della plastica, invenzione rivoluzionaria che ha stravolto la metodologia produttiva, permettendo di abbassare i prezzi dei giocattoli, ma al contempo non ha impedito che perdessero parte del loro fascino eterno.
 Sarà possibile ripercorrere le tappe del Corriere dei Piccoli, nato nel 1908, uscì per la prima volta il 27 dicembre come supplemento del Corriere della Sera.
Tra le cose più interessanti è doveroso citare La sala dei giochi a cascata, ovvero quei giochi dal piano reclinato, antenati dei moderni flippers, presentano in alcune varianti lo sfondo con la cartina italiana, con i confini e la toponomastica dellepoca. Rilevante è il Plastico di 25mq esposto nella Sala XI che rappresenta un impianto ferroviario degli Stati Uniti degli anni 30.
Particolarmente curata è la sezione dedicata allautomobile, mezzo che ha rivoluzionato la vita del Novecento, permettendo di accorciare le distanze e visitare luoghi fino ad allora considerati lontani, nel gioco ha assunto  la valenza simbolica di viaggiare innanzitutto con la fantasia.

Un consigliopartite dalla fine del percorso poiché anche se stravolgerete la componente cronologica, arriverete pronti per poter ammirare limponente raccolta della Sala del Trono; qui sono individuabili cinque aree tematiche: la città e le architetture, il tempo libero, giochi allaperto, giochi di guerre e le giostre. Nelle teche di questa sala si possono osservare i Giochi didattici, particolarmente voluti dalla Montessori sono concepiti a metà tra lattività ludica e quella di apprendimento, tra quella di svago e quella di crescita.
Il museo ha come scopo principale quello di offrire al pubblico di tutte le età, occasioni di approfondimento e interazione con il GIOCATTOLO, nella sua forma più evocativa e affascinante. Soltanto se riuscirete ad annullare lesterno e a farvi coinvolgere completamente vedrete il boa che digerisce lelefante e non un cappello!
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E-mail valenera@hotmail.it; Tel. 3339841466. 


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