Verde. Alberi frondosi che oscillano al vento.

Blu. Mare a perdita d’occhio che si stende come un lenzuolo increspato sotto ai nostri piedi.
Bianco. Schiuma di onde che sbatte sugli scogli per poi esibirsi in complicate piroette aeree.
Nero. Alte rocce scure che si protendono a toccare il mare.

Silenzio che avvolge i sensi come una coperta calda.
Fruscio di foglie che accarezza la mente e ne culla i pensieri.
Fragore di onde impetuose che sprigionano energia.

Prima che un ricordo della mente, quello della visita al Monastero di Santa Croce, sulla collina sopra Bocca di Magra, è un ricordo dei sensi. Suoni e colori che investono e riempiono occhi e narici inebriando mente e cuore.
Mai avrei pensato che un monastero potesse avere un impatto così forte, proprio io così poco avvezza alla dimensione religiosa. Eppure già quando il grande cancello nero si spalanca di fronte a noi mi sento investita da un aura di pace da cui tutto il luogo sembra avvolto. La posizione è spettacolare, un panorama mozzafiato sopra al golfo, da qui si distingue nettamente il fiume Magra che sbocca in mare, le case del borgo, le spiagge lungo la riva opposta e l’inconfondibile profilo delle Apuane.


Cammino lungo il sentiero che dalla cima della collina conduce giù al mare, enormi alberi secolari segnano la via, i loro rami scuri stagliati contro l’azzurro del cielo creano complicate trame simili ad opere astratte; chissà quante storie avrebbero da raccontare, erano qui quando il Monastero fu eretto, sul finire del 1800, allora una elegante dimora patrizia con la foggia di castello medievale commissionata da una facoltosa famiglia di industriali del marmo, i Fabbricotti. Oggi la dimora è una Casa di Spiritualità gestita dai Padri Carmelitani Scalzi che offrrono ospitalità a religiosi e gente comune, giovani, famiglie ed anziani, chiunque abbia voglia di rifugiarsi in questo luogo di pace e tranquillità per trascorrere giorni sereni lontani dal caos della vita di tutti i giorni. Un posto che induce alla meditazione, alla riflessione, dove soffermarsi sui pensieri o lasciarli volare e rimanere a mente libera e cuore aperto, pronti ad assaporare ogni singolo attimo di questa meraviglia.

Assieme alla nostra guida, Padre Marco, un giovane frate carmelitano dal viso simpatico e sorridente , arriviamo all’antico monastero, una costruzione in mattoni rossi risalente al 1100. E’ qui, nella cappella della chiesa romanica, che è conservato l’antico crocifisso ligneo, l’elemento forse più misterioso e affascinante del luogo: rimaniamo alcuni minuti in silenzio ad osservare il volto ieratico del Cristo, scolpito da una mano sapiente e capace di una grande qualità; nel crealo l’artista si ispirò alla teologia dell’epoca che ignorava il dolore della croce, consegnando così un Cristo altero e vittorioso, con indosso le vesti sacerdotali. Un’immagine lontana da quelle a cui siamo abituati ma non priva di una profonda intensità.


Dal monastero antico si gode di una vista a 180° sulla costa, verde e azzurro si fondono in una perfetta sinfonia accompagnata dal rumore del mare e del vento. Padre Marco ci indica la sua stanza le cui finestre si affacciano sul mare: posso solo immaginare cosa possa significare svegliarsi la mattina a cospetto di questo panorama! Chiudo gli occhi, un raggio di sole penetra tra le nuvole e mi accarezza il viso, rimarrei qui ore cullata dal fruscio degli alberi ma devo seguire il gruppo che già sta proseguendo lungo il sentiero che scende al mare.
E finalmente un’esplosione di blu ci riempie gli occhi, l’odore di salmastro si fa inebriante. Ci affacciamo alla terrazza che si protende verso il mare, è così vicino che se si tende la mano si possono sentire gli spruzzi delle onde che si infrangono sul parapetto. 
Il vento è forte, il cielo è ancora carico di nuvole ma anche così lo spettacolo è magnifico, le rocce rivestite di folta vegetazione sembrano gettarsi in mare e qualche piccola baia si fa spazio lungo il profilo aspro della costa.
Si potrebbe passare ore sospesi tra mare e cielo, tra silenzio e quiete, uno spazio mentale, oltre che fisico, dove ritrovarsi o perdersi dolcemente. 
Mi piace l’idea che il concetto di “ritiro spirituale” che il monastero propone non rimanga confinato dentro i limiti di una definizione che lo collega alla religione ma venga interpretato in un’accezione più ampia: non serve essere uomini di fede per venire qui, i Padri Carmelitani aprono le porte a tutti coloro che cercano un luogo dove riposare e meditare o semplicemente a chi ha voglia di una vacanza diversa. Ma bastano anche poche ore per concedersi una rigenerante passeggiata nel parco, un momento di pace e serenità che tutti dovremmo regalarci ogni tanto, un luogo dove nutrire mente e cuore di silenzio, aria e luce.


 Immaginate un piccolo porticciolo affacciato su un fiume che porta al mare, e subito oltre la linea dell’orizzonte una catena di montagne maestose con le cime ancora imbiancate di neve. Immaginate il silenzio rotto solo dal cigolio delle barche attraccate al molo e dal verso di qualche gabbiano che passa radente in volo sopra l’acqua. Lo sciabordio delle onde al largo, là dove il fiume diventa mare. Poche case dagli intonaci colorati e dai balconi fioriti che si affacciano su viuzze acciottolate, e ad ogni porta un gatto appollaiato.

Il borgo che vi ho descritto è Bocca di Magra, un paese di trecento anime nella punta più orientale della Liguria. Qui la Toscana è talmente vicina che la si può vedere, giusto al di là del fiume, e sentire nella parlata della gente dove l’accento ligure si mischia ad espressioni toscane diventando un tutt’uno  Certo Bocca di Magra non è l’unico luogo in cui mare e montagna si toccano entrando a far parte di uno stesso paesaggio, ma la particolarità qui è che le montagne non stanno alle spalle ma davanti, oltre il mare, creando uno scenario surreale e sorprendente. E’ così che l’azzurro dell’acqua sfuma nei toni scuri delle montagne per poi tornare all’azzurro quando le cime lasciano spazio al cielo. 
Qui a Bocca di Magra il tempo si può passare anche solo stando seduti su una panchina ad osservare il profilo sinuoso delle Alpi Apuane che si stagliano di fronte, cullati dal moto ritmico delle barche ormeggiate al molo, assaporando pace e silenzio. Una pace e silenzio che inducono alla contemplazione, e a testimoniarlo è lo stuolo di letterati e poeti che nei primi anni del novecento e fino a metà del secolo scelsero proprio questo angolino di mondo come meta per le loro vacanze o come luogo dove trascorrere periodi di pace, e se ne innamorarono a tal punto  da dedicargli poesie e racconti. Personaggi del calibro di Montale negli anni venti, e successivamente Giulio Einaudi, Nicola Chiaromonte, Vittorio Sereni, Luigi Bisio hanno amato questo luogo tanto da costituire la “Società degli Amici di Bocca di Magra” di cui rimane un manifesto , sottoscritto da tutti, dove vennero dichiarati gli intenti e la volontà di rendere speciale questo luogo.
Ignoravo che Bocca di Magra avesse un passato tanto illustre ma dopo essere stata qui mi è facile capire perché tutti questi grandi letterati ne siano rimasti affascinati: è un luogo che induce alla calma e alla contemplazione, l’ideale per raccogliere e ordinare i pensieri o semplicemente per lasciarli correre soli e liberare la mente.
Proprio di fronte al porticciolo c’è una piccola casetta dall’intonaco rosa e dai balconi verdi: è A Ca da Tirde, la casa vacanze di Giorgio, il nostro ospite e organizzatore del blog tour, che ci racconta la storia di Tirde, la vecchia proprietaria dell’abitazione: donna dal carattere estroso e dall’abbigliamento bizzarro, avvezza alle burle ma con un grande cuore, era un vero personaggio in paese, tanto da rimanere viva nella memoria degli abitanti ancora oggi. Giorgio ci racconta che Tirde aveva un gatto nero che le gironzolava sempre intorno, proprio come oggi un gatto nero ha scelto A Ca da Tirde come sua dimora (qui sono i gatti a scegliere la casa e non il contrario!); Certamente una coincidenza ma mi piace pensare che il gatto di adesso sia proprio la cara vecchia Tirde che è tornata da queste parti per vegliare sul paese e sugli abitanti.
La casa è stata completamente restaurata da Giorgio e famiglia nel 2010 ricavandone quattro bellissimi appartamenti, ognuno con un diverso tema di colore (lavanda, blu, giallo e rosso), tutti accomunati da una grande cura del dettaglio che lascia trasparire l’amore e la passione con cui sono stati ristrutturati ed allestiti. Dalle finestre delle rispettive cucine si gode di un’impareggiabile vista sul molo e sulle montagne, lo stesso paesaggio che ha segnato e accompagnato la vita di Tirde. Anche questa abitazione si può fregiare di un illustre inquilino: nelle stanze dell’odierno appartamento rosso soggiornò niente meno che Cesare Pavese!

Per chi preferisce una stanza d’albergo, in centro paese a pochi passi dalla casa vacanze c’è anche l’ Hotel Sette Archi, un bell’edificio bianco con grandi terrazze traboccanti di gerani. Basta entrare nella hall per scoprire anche qui  un’atmosfera familiare e intima, dove ogni pezzo dell’arredamento, ogni soprammobile, è stato scelto con cura e gusto dalla signora Maria Ida, per gli amici Dodò, che accoglie gli ospiti con un caloroso sorriso e tanti deliziosi piatti fatti con prodotti naturali locali, in piena filosofia Km 0!

Continuando nella passeggiata, superato il porticciolo, subito dopo A Ca da Tirde c’è un giardino con i resti di un’antica villa romana di cui si può ancora vedere il calidarium. E’ proprio qui che vediamo scorrazzare un cinghiale selvatico sceso dalla colline retrostanti in cerca di cibo: a Bocca di Magra se ne fanno di incontri particolari!

Proseguendo lungo il molo si arriva alla spiaggetta che d’estate viene attrezzata con lettini e ombrelloni ma che quando la visitiamo noi, in un sabato di maggio decisamente novembrino, ha l’aria struggente tipica delle spiagge d’inverno.

Il mondo di Bocca di Magra non finisce qui, è fatto di borghi antichi arroccati sulle colline, spiagge incastonate negli anfratti della costa, sentieri sospesi tra mare e terra, monasteri e castelli, per non parlare di località famose come Lerici, Tellaro e le Cinque Terre, tutti a poca distanza da qui; ma se si vuole cercare un posto dove rifugiarsi per trascorrere momenti di pace e silenzio, allora non serve cercare altrove, Bocca di Magra ha già tutto quello che serve: basta sedersi e lasciarsi avvolgere dal suo incanto, tutto il resto lo faranno mare, fiume, montagne, vento e silenzio.

Eccomi di ritorno dal blog tour #boccadimagra, un’esperienza di viaggio e umana intensa e straordinariamente arricchente che avrò modo di raccontarvi a lungo nelle prossime settimane. Adesso però sento il bisogno di mettere nero su bianco le prime sensazioni, quelle di pancia come le chiamo io, perché credo che un viaggio, qualunque viaggio, sia fatto di due tipi di emozioni: quelle a caldo che frullano nella testa nei primi giorni dopo il rientro, e quelle che sedimentano e maturano nel tempo diventando i ricordi che poi si porteranno dentro per sempre.

Ci sono luoghi in cui ti senti subito a casa, dove ti sembra di essere già stato. E’ quello che mi è successo a Bocca di Magra quando, percorrendo per la prima volta la strada lungofiume che porta in centro paese, ho avuto una sensazione di déjà vu, come se il mio cuore fosse già stato lì; in effetti questo minuscolo borgo nella punta più orientale della Liguria ha tutti gli ingredienti che compongono il mio luogo ideale: piccole viuzze silenziose, un adorabile porticciolo, un placido fiume che sfocia in mare e una rassicurante vista sulle montagne, le Alpi Apuane.

Certo è facile acquisire le coordinate di un paese fatto di una manciata di case affacciate su poche strade, ma la sensazione “di essere a casa” che mi ha avvolto fin dai primi momenti è andata ben al di là della sola capacità di sapermi subito orientare: quello che mi ha accolto è stato un genuino calore umano, sorrisi e abbracci che trasmettono l’impagabile sensazione di essere attesa.
Gli abitanti di Bocca di Magra ci hanno spalancato le porte di casa loro nel vero senso della parola, accogliendoci in una delle abitazioni del borgo con una cena fatta in casa, tra risate e sorrisi. E’ lì che incontriamo Marilena, che in paese gestisce il negozio di abbigliamento ma che per noi prepara i suoi favolosi spaghetti al sugo di mare; e Loriana, dell’associazione Boccadamare, che ha preparato una squisita torta di riso e, non paga, ci ha persino fatto dono delle magliette firmate Bocca di Magra.
E la parrucchiera Luana, che non abbiamo la fortuna di conoscere di persona ma di cui degustiamo le magnifiche seppie coi piselli! Seppie che, scopro dopo, sono state affidate alle mani di Lucia, prima travel blogger ad arrivare in paese e subito arruolata nella squadra con l’importantissimo compito di trasportare l’ingrediente principe della cena da una casa all’altra!
Ci raggiunge anche l’Assessore del Turismo di Ameglia che per noi è semplicemente Raffaella, una simpatica signora che si presenta con una torta salata fatta con le sue mani e tanta voglia di raccontarci la sua terra e gli sforzi per renderla sempre più bella e accogliente.
E infine non può mancare lui, Giorgio, gestore della casa vacanze A Ca da Tirde, l’ideatore del blog tour e mio compagno di email nell’ultimo mese e mezzo: una fitta corrispondenza per mettere a punto ogni dettaglio, ogni virgola di questo evento che significa tanto per entrambi e a cui arriviamo carichi di entusiasmo e speranza. Mi aspettavo un signore di mezza età e mi ritrovo davanti un ragazzo di ventisette anni, con la simpatia e la freschezza tipica della sua età ma che dimostra una maturità fuori dal comune quanto parla della sua terra, della storia che l’ha segnata e che dimostra di conoscere profondamente, e del suo grande desiderio di farne conoscere le bellezze al resto del mondo.
Ci accomodiamo tutti intorno ad un tavolo nella veranda che dà sul giardino, un luogo intimo e raccolto dove è facile sciogliere il ghiaccio (se mai c’è stato!) e cominciare a parlare come vecchi amici, ascoltando le voci e le storie di chi vive qui da sempre e ama profondamente questa terra e investe ogni giorno tempo, denaro e tanta passione per mantenerla viva e fiorente.
Ascolto Giorgio che ci parla dei luoghi che visiteremo nei due giorni successivi e leggo ora nei suoi occhi quello stesso orgoglio e forte senso di appartenenza che ho captato nell’ultimo mese tra le righe delle sue email, un entusiasmo incontenibile e la voglia di credere in un progetto, che non è solo il suo ma quello di un’intera comunità; lo ascolto mentre ci racconta la millenaria storia della sua terra, fatta di antiche popolazioni, magnifiche città romane e grandi battaglie per la contesa di un territorio di confine strategico. Una saggezza insolita per un ragazzo così giovane che riesce a comprimere in una sola, potente frase che mi colpisce: “bisogna partire dal proprio passato per capire il presente e progettare il futuro”.
E’ proprio il glorioso passato di questa terra e il suo magnifico presente, che Giorgio e compagni ci hanno portato a scoprire durante il blog tour, e che nei prossimi giorni vi racconterò passo passo, sperando di trasmettervi lo stesso entusiasmo che hanno trasmesso a me e la stessa voglia di andare di persona a vivere e scoprire questi luoghi, contribuendo così a scriverne il futuro.

     

Stavolta la nostra inviata speciale Emanuela ci porta alla scoperta di un altro gioiello della sua bella 
Liguria: Tellaro
La storia di Tellaro, piccola frazione del comune di Lerici (Sp), sarà per sempre legata ad un avvenimento accaduto molti secoli fa e più precisamente nel 1600. In quel periodo il borgo era spesso oggetto di numerosi attacchi da parte dei pirati saraceni e la sua difesa era garantita soprattutto dal campanile della Chiesa di San Giorgio, questa che vedete nella foto. Infatti ogni volta che il pericolo si avvicinava, la campana con i suoi rintocchi avvisava tutti gli abitanti del pericolo imminente.

 Nel luglio 1660 però nessuno si aspettava l’arrivo di qualche nemico, dato che il tempo quella notte non era affatto clemente. Marco Arzellino, che era a guardia nel campanile, per stare più tranquillo si legò la fune di una campana ad un piede. I pirati, capitanati da Gallo D’Arenzano, tuttavia si stavano già avvicinando alla costa. Giunti in prossimità del porto però un provvidenziale e tempestivo colpo di sonno della vedetta fece sì che la campana iniziasse a suonare dando così l’allarme.
Da allora è nata la leggenda che a far suonare il campanile fosse stato un polpo gigantesco. Da quel giorno il paese ricorda l’avvenimento la seconda domenica di Agosto con una sagra del polpo.

Sono stata a Tellaro due anni fa e la voglia di ritornarci è tanta! E’ un luogo fantastico, il paradiso per ogni amante della fotografia. Ricordo che ogni volta che mi addentravo in una via la mia espressione più ricorrente era :”Mamma mia che bello!” e restavo alcuni secondi immobile a godermi il paesaggio. 
Le case sono tutte colorate e nonostante la presenza dei turisti c’è una grande pace. Ciò che mi ha colpito di più è che oltre un certo punto non si può più andare, la strada termina proprio in questo borgo! Volendo si può raggiungere un piccolo paese chiamato Barbazzano, ormai disabitato. Non ci sono mai stata ma qui troverete molte informazioni interessanti.
Il mare è stupendo come potete vedere e si può anche prendere il sole, o nel piccolo porticciolo oppure su questi grandi scogli. Forse non saranno comodi come una bianca spiaggia però il panorama che offre questo posto è a dir poco stupendo. Ci sono stata ad Agosto, e il caldo era parecchio, ma una volta arrivata qui ad accogliermi ho trovato un fresco venticello che mi ha un po’ ritemprato dalla stanchezza per il viaggio. Ci sono bar, alimentari e anche piccoli ristorantini. Io mi ero portata dei panini da casa, perché quando sono in giro con la fotocamera sono talmente presa dagli scatti che non sento neanche la fame e un panino mi basta e avanza.

Si può raggiungere Tellaro in vari modi, io sono andata in treno sino a La Spezia e da lì ho preso l’autobus per Lerici (la fermata dell’autobus è proprio sotto alla stazione e i biglietti si possono comprare anche all’edicola della stazione stessa, dove eventualmente potrete anche chiedere informazioni sono molto gentili). Una volta a Lerici c’è un altro autobus che porta a Tellaro ( io sono scesa al capolinea dell’autobus perché lì si ferma l’autobus per Tellaro) e si ferma nella piazzetta del paese. Se usate l’auto vi consiglio comunque di lasciarla a Lerici e poi prendere l’autobus, il paese è piccolo e posteggiare è un’impresa.
Ricordo che molti la lasciavano lungo la strada prima di arrivare in paese e poi facevano un pezzo a piedi. Ci sono anche dei parcheggi a pagamento ma non conosco i prezzi. 
Per maggiori info ecco link utile. Comunque per avere informazioni sempre aggiornate su orari dell’autobus, parcheggi e quant’altro consultate il sito del  Comune di Lerici. Se volete vedere più foto di Tellero potete guardare questo video!

Castel Toblino, nella Valle dei Laghi, è uno dei più bei castelli del Trentino. Un castello lacustre che pare emergere dalle acque ed è circondato da montagne maestose

Questo post potrebbe cominciare così: C’era una volta un castello incantato affacciato davanti ad uno splendido lago incastonato tra le montagne….

E potrei continuare aggiungendo alla storia una bella principessa imprigionata nella torre che viene salvata dal suo principe azzurro. Ma sarebbe troppo sdolcinato e io non sono proprio il tipo!
Castel Toblino però assomiglia davvero al castello di una fiaba, incastonato com’è tra lago e montagne. Situato nella Valle dei Laghi sopra Riva del Garda, in provincia di Trento, questa magnifica costruzione rappresenta un raro esempio italiano di castello lacustre, e uno dei più celebri castelli trentini. La struttura è arroccata su una piccola penisola che si affaccia sull’omonimo lago, Toblino appunto. La bella cinta merlata che corre tutt’ intorno al complesso e che ne delimita il parco da un bel tocco medievale e alleggerisce l’insieme, che di per sé è abbastanza imponente.

La storia di Castel Toblino

Il castello originale risale al 1100, quando era di proprietà dei vassalli del principe-vescovo di Trento. Successivamente fu acquistato da una famiglia nobile e solo nel Quattrocento ritornò ad essere un bene di proprietà vescovile. Il castello che oggi si può ammirare è frutto della riedificazione voluta da Bernardo Clesio nel XVI secolo, durante la quale la costruzione assunse le forme rinascimentali che ha tutt’ora.

Castel Toblino oggi

Oggi il castello è proprietà privata ed ospita un ristorante che non ho avuto la fortuna di provare ma che indubbiamente gode di una vista fiabesca! E in effetti dal cortile del castello il colpo d’occhio è davvero impressionante, con le verdi acque del lago che rispecchiano il castello e i profili a balze delle montagne che sfumano in lontananza, dando vita a un gioco di riflessi degno di un dipinto. Le montagne tutt’intorno con le loro pareti di roccia lucida sembrano tuffarsi in acqua formano una cornice d’eccezione e un paesaggio davvero unico. Peccato per la strada ad alto traffico che corre proprio alle spalle del castello e che rovina in parte l’atmosfera: un posto così meriterebbe di trovarsi in una valle isolata attraversata solo da stradine minori, il castello e tutto l’intorno ne guadagnerebbero enormemente!
Nonostante ciò, Castel Toblino merita sicuramente una visita, in primavera quando la natura rifiorisce, in estate per trovare refrigerio dalla calura o in autunno quando le foglie degli alberi si incendiano di mille sfumature di giallo rendendo ancora più spettacolare il paesaggio.
Come ogni castello che si rispetti, anche Toblino ha un bella e ricca tradizione di leggende, spesso cupe e tenebrose, che hanno trovato nelle sue possenti mura e nel suo immenso parco il luogo ideale dove nascere e tramandarsi. Si narra che il castello fosse un tempo dimora dell fate alle quali nel III secolo era dedicato un tempietto, come dimostra ancora oggi una lapide murata nel portico del castello.
Insomma, a Toblino non manca proprio nulla, un castello in piena regola, possente, maestoso e misterioso. Coccolatevi sedendovi nella magnifica terrazza del bar del ristorante sorseggiando un caffè all’ombra delle montagne, osservando i cigni che scivolano eleganti sull’acqua, con alle spalle le possenti mura del castello: sarà uno dei caffè più fiabeschi che abbiate mai preso!



(Leggi questo post in italiano)

A few Sundays ago while zapping on TV I watched a documentary about the Regional Park of Sile in Treviso. I was so fascinated  by the images of the waterfront and old mills that I decided I absolutely had to visit the park. I  took contact with the  Oasis of Cervara and the director Emilio Ramponi immediately offered showing ans explaining me their work and environmental projects.

The Oasis , located in S. Christina di Treviso, is one of the main access points to the Regional Natural Park of the River Sile. It has the shape of an island laid between the course of two rivers, the Sile and the stream Piovega.
Upon arrival, just crossed the huge entrance gate,  a bucolic landscape greets me: an old, yet perfectly restored mill frames the course of the river, on which an elegant white swan lazily swims. Not bad as a start!
From the central courtryard depart wooden walkways running along a circular path, allowing visitors to enjoy the stunning natural views all around.

I meet the Director Ramponi in front of the aviary of storks, where I spot a magnificent adult male walking free in the lawn. The project A Nest for Stork – Un nido per la cicogna was born in 2009 with the intention of helping this specie to return to nest along the river Sile. Inside the aviary are housed two beautiful pairs of white storks. Baldoni tells us about the first unsuccessful attempt in which one of the pairs bred in captivity has not proved capable of feeding their baby. Hence the decision of the staff, with the next nesting, to keep and nourish by hand four of the new born, leaving only the fifth in the nest: all the little ones, including that one remained with its parents, survived and four were placed in the aviary the second month of life. The Director leads me to see the new born: impossibile not to get touched at the sight of these tiny creatures, lovingly cared by the staff. It seems impossible that these small animals will in a short time become  the magnificent adults that can be seen in the aviary. The Director proudly explains how the aviary acts as a magnet for other storks and many wild storks keep coming and staying here for a while , some even for many weeks. The effort of the staff is creating an environment that stimulates more and more storks to stop here and reproduce.

The Oasis is populated by many other birds:  herons , special guests here, observable in flight and on the nests, as well as the kingfisher , the nightingale , the mallard , the swan , the green woodpecker and red and many others.
The oasis provides  photographic huts that allow to take pictures to birds at a close dinstance without being noticed, a great opportunity for those who loves nature photography!

In the ponds nearby lives a rich fauna including green frogs as well as a small colony of nice tortoises , that can be spot from a small wildlife observatory. Not far from the pond, a beautiful turtle inside fences area attracts the amused gaze of children, fascinated by its slow movements.

Another important project made ​​and developed by the oasis is  The forest of the Owls – La Selva dei Gufi , the first Italian center promoting the knowledge of these night birds using educational activities and through the close encounter with the animals that can be seen at the Flight of the Owls , held on weekends in the small arena located inside the oasis. 
Owls are fascinating creatures belonging to the imaginary of all of us as characters of fairy tales and stories; seeing them at close dinstance is quite a change! 
The Oasis gives the possibility to both children and adults to discover a world made of water, animals, flowers and plants, a quite secluded place of tranquillity. The ideal destination for a sprint and summer Sunday, away from the hustle and buzzle of the city, surrounded by a unique natural landscape!

Del Lago di Garda non mi stanco mai, torno e ritorno in continuazione e ogni volta è come fosse la prima volta; lo amo a tal punto da averlo personificato facendolo diventare “Il” Lago, come se ogni ulteriore specifica fosse superflua; il mio è un amore giovanile, i suoi inconfondibili paesaggi fatti di acqua, terra, ulivi e gabbiani mi fanno battere il cuore, quando li guardo sento le farfalle nella pancia.

Del lago amo sopratutto la quiete, quella che regna nei paesetti la mattina presto d’estate, quando i turisti sono ancora a dormire e per le strade si incontrano solo i bottegai e qualche anziano che “prende i freschi”, come si dice da queste parti, o durante le giornate d’inverno quando la nebbia cala come un manto sull’acqua inghiottendo l’orizzonte.
Pace dell’anima, una calma zen che mi entra e mi avvolge come una coperta calda e è capace di farmi stare seduta su una panchina ad osservare l’incresparsi dell’acqua ad ogni alito di vento, senza fare ne pensare nulla. 
Il bello del lago è che quando penso di averne ormai visto ogni angolo mi sorprende sempre con qualche nuovo gioiello che scopro per caso. E’ così che per caso un giorno, mentre percorrevo la strada lungolago che scende da Limone, sulla sponda bresciana, ho letto il cartello “Tremosine” e mi sono ricordata che tempo prima, sempre per caso, avevo letto che in questo minuscolo paesetto c’era una bella terrazza panoramica. Mai paga di viste sul lago, dopo quella naturale del Monte Baldo, ho pensato che non era occasione da farsi scappare.

La terrazza di trova a Pieve di Tremosine, un piccolo borgo aggrappato ad una falesia. Un piccolo angolino di mondo stretto tra cielo e roccia, dove l’aria di montagna si mescola con i miti effluvi del clima mediterraneo che sale dal lago. Il paese fa parte del Parco dell’Alto Garda Bresciano, un mondo fatto di prati verdi, boschi, viti, cipressi e naturalmente, acqua e cielo.

Il piccolo poggio che si protende a picco sul lago ospita una semplice panchina da cui sembra di poter spiccare il volo per il paradiso.  
Nell’affacciarmi, l’emozione mi ha tolto il fiato. Il lago, in tutta la sua disarmante bellezza, era lì, sotto di me: la luce radente del tramonto faceva risplendere le increspature dell’acqua, e le montagne tutt’intorno parevano voler proteggere questo gioiello naturale creandogli intorno un riparo sicuro e insormontabile. 
Nelle giornate terse da qui si può distinguere ad occhi nudi il castello di Malcesine e i tanti paesetti dell’altra sponda fin giù verso Punta San Vigilio. Potrei usare mille aggettivi superlativi per descrivere questo spettacolo, ma ancora non basterebbero a spiegare l’emozione che esso sa dare. 
Se c’è un posto dove si può sperimentare cosa prova un gabbiano quando si libra in volo, forse quel posto è proprio qui, questo piccolo balcone di questo piccolo paesetto a cospetto di una così grande, commovente bellezza.
Il mio lago mi ha sorpresa ancora una volta.

(Read this post in English)

Qualche domenica fa mentre facevo zapping alla tv ho visto uno speciale dedicato al Parco Regionale del Sile nel trevigiano. Le immagini del lungofiume e antichi mulini mi hanno talmente colpita da ripromettermi di andare a visitare il parco. Detto fatto, ho contattato l’Oasi di Cervara e il direttore Erminio Ramponi mi ha subito risposto dandomi disponibilità ad illustrarmi il loro lavoro e i progetti di salvaguardia ambientale.

L’Oasi si trova nel comune di S. Cristina di Quinto di Treviso e rappresenta uno dei principali punti di accesso del Parco Natural Regionale del Fiume Sile. Ha la forma di un’isola compresa tra il corso di due fiume, il Sile e il torrente Piovega.

Il paesaggio dell’oasi 

All’arrivo, appena varcato l’enorme cancello d’entrata, quello che mi accoglie è un paesaggio bucolico, tanto bello da sembrare un dipinto: un antico mulino, perfettamente restaurato incornicia il corso del fiume, su cui nuota un elegante cigno. Direi che come inizio non c’è male!

Dal cortile centrale dipartono sentieri e passerelle che si sviluppano lungo un percorso circolare permettendo di godere di magnifici scorci naturali.

Incontro il direttore Ramponi difronte alla voliera delle cicogne, dove subito posso ammirare un magnifico esemplare di maschio adulto zampettare libero per il prato. Il progetto Un Nido per la Cicogna è nato nel 2009 con l’intento di aiutare questa specie a tornare a nidificare lungo il corso del Sile. All’interno della voliera sono ospitate due stupende coppie di cicogna bianca. Baldoni ci racconta il primo sfortunato tentativo in cui una delle coppie allevate in cattività non si è dimostrata capace di nutrire il proprio piccolo. Da qui la decisione dello staff, con la nidificazione successiva, di allevare e nutrire a mano quattro dei nuovi nati, lasciando solo il quinto nel nido: tutti i piccoli, compreso quello rimasto con i genitori, sono sopravvissuti e i quattro sono stati inseriti nella voliera al secondo mese di vita. Il Direttore mi porta a vedere i piccoli appena nati: impossibile non intenerirsi di fronte a questi minuscoli esserini spennacchiati, curati e nutriti amorevolmente dallo staff. Sembra impossibile che questi piccoli animaletti diventeranno nel giro di poco tempo i magnifici esemplari adulti che si possono ammirare nella voliera.
E’ con orgoglio che il Direttore ci spiega come la voliera funga da magnete per altre cicogne e come negli ultimi tempi sempre più cicogne selvatiche in transito abbiano sostato qui, alcune per intere settimane. Lo sforzo dello staff è quello di creare un ambiente che stimoli sempre più soggetti a fermarsi e a riprodursi in libertà.

Tra cicogne e tartarughe d’acqua

Le cicogne non sono l’unica specie che si incontra nell’Oasi, popolata da numerosi uccelli: gli aironi, ospiti d’eccezione, osservabili in volo e sui nidi, oltre che il Martin Pescatore, l’usignolo di fiume, il germano reale, il cigno reale, il picchio verde e rosso e tanti altri.
L’oasi mette a disposizione dei  capanni fotografici che consento di riprendere questi esemplari a distanza ravvicinata senza essere scorti, una magnifica opportunità per gli amanti di fotografia naturalistica!

Negli stagni dell’Orto Botanico vive una ricca fauna tra cui la rana verde, la rana di Lataste, la Raganella oltre che una piccola colonia di tenere testuggini, osservabili da un piccolo osservatorio faunistico. Poco lontano dallo stagno, una  bellissima tartaruga all’interno di un recinto attira lo sguardo divertito dei bambini che rimangono incollati alla staccionata, affascinati dai suoi movimenti lenti.

La Selva del Gufi

Un altro progetto importante realizzato e sviluppato dall’oasi è La Selva dei Gufi , il primo centro italiano dedicato alla conoscenza di questi rapaci notturni sia attraverso attività didattiche pensate appositamente per le scuole, sia attraverso l’incontro ravvicinato con gli animali che si possono ammirare da vicino in occasione del Volo dei Gufi, che si tiene nei fine settimana nella piccola arena situata all’interno dell’oasi. I gufi sono animali bellissimi e affascinanti, che appartengono all’immaginario giovanile di tutti in quanto protagonisti di favole e storie, ma che raramente si ha l’occasione di vedere da vicino; qui all’oasi è possibile!
L’oasi ha anche uno spazio pic-nic per permettere di trascorrere all’interno l’intera giornata abbinando una bella scampagnata alla possibilità, per adulti e bambini, di scoprire un mondo fatto di acqua, animali, fiori e piante e tanta tranquillità. La meta ideale per una domenica estiva, lontani dalla ressa di mare e lago, immersi in un paesaggio naturale unico!



Un nuovo articolo dell’inviata speciale Emanuela L. che stavolta ci porta alla scoperta di un piccolo gioiello a due passi dal centro di Genova.

Le corse in bicicletta, il gelato al pistacchio e la prima bolla con il chewingum. E poi il meraviglioso profumo del mare. Questi sono i miei primi ricordi di Boccadasse che visitavo spesso insieme ai miei genitori quando ero una bambina. L’ho riscoperta poi molti anni dopo ed era ancora lì uguale ad allora ed ogni via, ogni angolo mi riportava alla memoria dolcissimi ricordi. Boccadasse è una splendida oasi di pace in mezzo alla città che merita di essere visitata almeno una volta nella vita e che oggi vi farò conoscere.


Boccadasse è un piccolo borgo marinaro situato nel quartiere di Albaro, vicino al centro di Genova. L’origine del nome è molto incerta, forse deriva da bocca d’asino (bucca d’aze in genovese) per la forma della sua baia, oppure da Bocca dell’Asse con riferimento al torrente Asse. Secondo una leggenda i primi abitanti furono dei pescatori spagnoli che intorno all’anno 1000 si rifugiarono qui per salvarsi da una tempesta.


Questa che vedete nella foto è la Chiesa di San’Antonio da Padova. Edificata nel XVII come semplice cappella, a partire dal 1894 fu affidata ai frati minori Conventuali. Nel 1827 fu costruito il campanile. E’ formata da una sola navata, il pavimento molto bello è in marmo mentre le navi che vedete appese alle pareti sono degli ex voto davvero molto particolari. Alcune delle statue presenti all’interno della chiesa sono opera di Antonio Canepa, uno sculture genovese vissuto tra fine ‘800 e primi del ‘900 famoso soprattutto per le statue raffiguranti la Madonna della Guardia. Nel 1917 ne fu persino donata una a Papa Benedetto XV (genovese) che la collocò nei giardini vaticani.




Ecco la piazza antistante la Chiesa. E’ dedicata ad Edoardo Firpo un poeta dialettale genovese. Antifascista, fu arrestato e deportato dai tedeschi nel  1945 e rilasciato dopo un mese. Morì nel 1957.

Scrisse anche una poesia dedicata al borgo che recita “Oh Boccadasse quando a te si scende uscendo dal rumore della città si ha l’impressione di ritornare nella culla o di cadere nelle braccia di una madre” (purtroppo nella traduzione si perde la musicalità dei versi). Sotto alla scalinata che conduce al paese invece c’è la targa dedicata a Liana Millu, una scrittrice italiana che combatté durante la Resistenza. Infine la statua di Miguel Grau, ammiraglio ed eroe nazionale peruviano al quale la Repubblica peruviana dedicò questo piccolo monumento nel 2005 perché Boccadasse ricorda molto i borghi di pescatori di Piura che era la sua città natale.

Chi ama prendere il sole e non è di troppe pretese può farlo sulla piccola spiaggia (di ciottoli); se vi viene voglia di un buon gelato a pochi passi c’è la storica gelateria “Amedeo”, purtroppo questa volta non sono riuscita a prendermi un buon gelato ma rimedierò la prossima volta! Credetemi salire e scendere tra le piccole vie (che in genovese si chiamano creuze) del borgo è magnifico, sembra di entrare in un piccolo presepe. Le case sono tutte colorate (ho notato con piacere che stanno rimettendo a nuovo i muri) e ogni angolo nasconde un panorama meraviglioso difficile da spiegare a parole, dovete venire di persona!

Boccadasse si trova proprio in fondo a Corso Italia, la passeggiata lungomare più famosa e praticata di Genova. Di solito faccio il percorso a piedi in autunno o in primavera, d’estate non ci riesco troppo caldo e per chi soffre la calura estiva come la sottoscritta è piuttosto stancante, così in estate prendo sempre l’autobus (il numero 31 che fa capolinea di fronte alla stazione Brignole). Se siete persone particolarmente romantiche invece potrete fare la passeggiata anche nelle serate estive e godervi il tramonto direttamente dalla spiaggetta del borgo.

Vi starete chiedendo “Ma Sovizzo dov’è?” Certo non è una meta turistica usuale ma oggi vi voglio presentare il posto in cui vivo, un paese di settemila anime a pochi chilometri da Vicenza.
Come penso molti viaggiatori, spesso sono talmente concentrata a cercare e scoprire bellezze di altri luoghi che tendo a dimenticare quelle dei posti che mi circondano. Sono assuefatta da ciò che mi sta attorno al punto da darlo per scontato: strade, architetture e paesaggi sono da sempre le coordinate certe della mia vita, posti che per me sono come l’aria, irrinunciabili, e la cui ragion d’essere nella mia mente sta proprio nel fatto di rappresentare quel mio piccolo angolo di mondo che mi ospita e mi accoglie ogni volta che torno a casa dai miei vagabondaggi . 
Ma ogni luogo ha qualcosa da offrire, un’anima fatta di storia, tradizioni, gente e paesaggi e il visitare piccoli centri di questa nostra bella Italia me l’ha fatto ricordare, è per questo che oggi voglio parlarvi del mio piccolo mondo.

Sovizzo è abbastanza vicino alla città da conservarne in parte la vanità cittadina ma al contempo è lontano dal traffico, immerso nella pace delle verdi colline che lo circondano, le ultime propaggini dei Monti Lessini meridionali.. Certo siamo pur sempre in pieno nord-est dove la campagna è stata via via mangiata da fabbriche e stabilimenti venuti su come funghi, ma qui è ancora possibile godere di spazi verdi e di una impareggiabile vista sui colli. Adoro girare a piedi o in bicicletta, a passo lento, godendomi la quiete del mio paesetto.  Qui  tutto è comodo, semplice: strade ampie e ordinate, casette dai giardini curati; la macchina non serve, bastano pochi minuti a piedi per arrivare ovunque, tutto quello che serve è a portata di piedi.

C’è un luogo per me speciale che è diventato il mio rifugio, la mia oasi di serenità: una meravigliosa via pedonale che costeggia un fiumiciattolo e si affaccia sui colli. Starei ore seduta sulla panchina ad ammirare il profilo sinuoso delle colline, dove svetta il campanile della Chiesa di Sovizzo Colle: sembra di stare dentro ad un quadro, un magnifico dipinto impressionista en plein-air
Sono state proprio le colline, con la loro presenza costante e sicura, ad aver salvato Sovizzo da un’urbanizzazione selvaggia. Qui bastano pochi passi per lasciare il centro abitato e salire a Colle, dove le case si confondono e mimetizzano tra le foglie degli alberi. Dopo una breve salita si spalanca davanti agli occhi uno scenario magnifico:un’ampia valle e dall’altra parte le colline di Montecchio, dove spiccano le torri dei Castelli scaligeri di Giulietta e Romeo.

Oltre che bellezze paesaggistiche, Sovizzo riserva anche delle sorprese architettoniche ed archeologiche. Molto conosciuta è l’area che conserva strutture megalitiche con funzione sacrale dell’età del rame: accumuli di pietre risalenti al III millennio a.C. disposti ordinatamente secondo precisi disegni.
Tra il VI e VIII secolo nel territorio si insediarono i Longobardi di cui sono stati rinvenuti diversi oggetti e suppellettili; ricordo bene l’epoca in cui in paese si diffuse la febbre del reperto archeologico: da ogni orto e giardino sembravano spuntare antichi vasellami, monete, pettini, fibbie, vestigia di un passato lontano sepolto da secoli e che improvvisamente sembrava aver deciso di riemergere in superficie. Io stessa ho sperato per anni che dall’orto dietro casa emergesse come d’incanto una moneta preziosa! Quella moneta non la trovammo mai, ma l’orgoglio di vivere in un paese dal passato così antico e avvolto nel mistero proprio di epoche così remote mi è rimasto dentro come un tratto indelebile: il piccolo momento di gloria di un paesetto di provincia!
Per passare all’architettura Villa Curti, spicca in centro paese circondata da un parco secolare, eretta nella seconda metà del 500 e successivamente modificata fino all’aggiunta di uno scenografico teatro in stile classico. 
Nella frazione di San Daniele c’è un’antica chiesa oggi intitolata a San Carmine: una minuscola chiesetta dai muri in sasso molto richiesta dagli sposi che ambiscono a scambiarsi i loro si in questa romantica cornice. Peccato che il piccolo sagrato sia a pochi metri da una strada di passaggio che rovina l’atmosfera,  ma la visuale sul retro della chiesta è stato sapientemente protetta da un giardino pubblico.

Allora, visto quante sorprese può riservare un piccolo paesetto? E voi, avete voglia di raccontarci il luogo dove vivete? Nel farlo potreste rendervi conto di quante bellezze vi passano ogni giorno sotto gli occhi senza che le notiate.



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