Eloisa ci racconta la sua isola incantata… Cres


Un paesaggio che fa bene all’anima, per ritrovare se stessi, gustare il verde intenso di querce e faggi, le rocce nude esposte al sole a picco sul mare, il volo regale dei grifoni, per riempirsi gli occhi di cielo distesi sotto un cespuglio che è cresciuto proprio in riva al mare, proteso verso l’infinito, come noi, consapevoli o meno..
Che natura meravigliosa! Piccole baie nascoste, cui s’arriva passeggiando per sentieri in mezzo al verde, a volte supponendo la strada giusta, fidandosi dei colori attorno, riscoprendo suoni e rumori lontani dalle costruzioni umane, piccoli animaletti che fermano il nostro incedere ed accendono lo stupore sopito, la gioia di vivere sotto questo cielo pieno di meraviglie.. finché non sopraggiunge, portato dal vento, il profumo del mare che ci sospinge verso un fresco abbraccio con il blu, dove il peso del tempo, impegni e fatiche della vita di ogni giorno perdono consistenza, dove lasciamo fluttuare tutto ciò che siamo, ed ogni pensiero riscopre essere indirizzato alla vastità del cielo sopra noi, così distesi ed avvolti in un vortice di azzurre tonalità che aprono mente e respiro…una sana deriva da noi stessi, una fresca vertigine che ci parla di orizzonti diversi, fatti di pace, luce, silenzio, blu …



Cres è un’isola bellissima, per me ormai quasi un paesaggio dell’anima, un bisogno di tornare a qualcosa di essenziale ed autentico, lontano da questo mondo globalizzato e tutto uguale, dove l’angolo di casa con il mattone sbrecciato è un piccolo particolare di umana imperfezione che regala un momento di pace, mentre il vento ci scompiglia totalmente vestiti e capelli ! Dove le porte delle case rimangono quasi sempre aperte perchè non c’è nulla da rubare o custodire troppo gelosamente. Sulle soglie, visi segnati dalla vita che offrono il frutto del loro lavoro: olio d’oliva ed un delizioso, delicatissimo miele di salvia .. adoro quei piccoli borghi antichi, un po’ decadenti che ricordano lontane origini veneziane, nati sul cucuzzolo della roccia più alta, quasi attorcigliati lungo polverose stradine in cui si mescolano sapori di mare e vita semplice.

Su quest’isola è bello addormentarsi con le finestre aperte, aspettando l’ultima stella che fa capolino sopra la baia, mentre un agnellino bela in lontananza, e la luce del cielo notturno crea un magico luccichio sulle acque del mare quieto, per ridestarsi ai primi albori della mattina, quando i corvi cominciano la loro stridula attività sociale, in un ritmo tutto bilanciato dai rumori e dai colori di madre natura.

La vita è un momento, anche piccolo, ma di profonda comunione con Chi ha creato tutto ciò per condividerlo con noi.. chi ne ha profondo rispetto e gratitudine ha già donato il suo contributo d’amore al mondo.

“There are no flowers that are equal  
to the colours of Lisbon under the sun “

 Fernando Pessoa 
Lisbon is a surprisingly varied city, thanks to its past and the many reconstructions that helped to make a collection of different styles. 
Lisbon is medieval, Baroque, Manueline, eighteenth-century, modern and futuristic, many pieces of a mosaic put together in a seemingly chaotic way and held together by a special light that illuminates and warms it all year around, giving mild temperatures even in winter.
Lisbona is called “the white city” for the blinding whiteness of the facades and streets’ marbles, but white is mixed with  the blue of the azulejos , the coloured tiles that adorn palaces, churches and fountains, and are the unmistakable leit motiv of the city.
It’s hard to define Lisbon because when you start to get to know it, it suddenly changes.
A visit to Lisbon starts from the Rossio , the main square with buildings of the eighteenth and nineteenth centuries where you can wander among shoe shine boys, lottery sellers and historic cafés.   
From Rossio you can gently slips to the Baixa with its right angles streets forming a perfect chessboard; here the elegant and spacious rua Augusta leads towards the other great urban square,  Praca do Comercio , surrounded by buildings painted in ochre, laid on long rows of arcades, as legs of dancers on tiptoe.
Then everything changes: soon wide streets become narrow lanes that climb along the sides of the hills on which the city lies, crammed with old houses that seem to hold on not tumble down.  The Barrio Alto can be reached by foot or by taking the historic  funicular,  an old yellow wagon squeaking along the steep climb. A few minutes run are just enough to be thrown into a different world: here the aristocratic Lisbon gives way to the medieval one populated by sailors and fishermen; narrow streets and old people sitting at the door or on the benches. In the evening the Barrio comes alive, small tavers have now become trendy  restaurants full of young people and tourists looking for relaxing atmospheres.
On the opposite side, the Alfama is the counterpart of the Barrio: here arabesque notes hidden in thefacades lead along quiet streets bordered by houses with flower-filled balconies, roof gardens and walls covered with azulejos.

In Belem Lisbon expresses its gothic soul, performing in complicated patterns that adorns the Mosteiro dos Jeronimos.
Santa Maria Church has two magnificent and highly decorated portals and in the inside there are three beautiful naves,  miraculously survived  to the earthquake of 1755.
But it is in the cloister that the gothic art performes at its very best: a perfect square, two galleries and complicated stone patters as graceful as laces that fill eyes and senses of wonder in front of such stunning beauty.

Across  the street a huge bow of stone carved with a crowd of men peering over the horizon: it’s Padrao dos Descubrimientos , the city’s tribute to the great navigators who set off from this place to the unknown, facing the sea, the infinite and their dreams.
Of those dreams today remain memories of a great past as capital of a rich and powerful colonial empire and a subtle melancholy, the suadade , which is the very essence of  fado, Lisbon’s  melody and soul, the music that pervades the city at sunset and makes it vibrate . A solo voice that starts slow and calm as background music of dinners served in the many tavernas hidden in the belly of Alfama. 
But soon the voice rises and attracts attention, everyone becomes silent and listens dreamily to poignant stories in a language that manages to be universal, because it comes right to the heart.
And even if you still haven’t got to know it completely, you suddenly realize  you’ve already fallen in love with Lisbon.






“Non ci sono fiori che sono pari 
al cromatismo di Lisbona sotto il sole”

 Fernando Pessoa 

Lisbona è una città sorprendentemente varia, merito della storia, del susseguirsi di epoche e delle tante ricostruzioni che hanno contribuito a renderla un insieme di stili diversi. 

Lisbona è medievale, barocca, manuelina, settecentesca, moderna e futurista, tanti pezzi di un mosaico accostati in maniera apparentemente caotica e tenuti insieme da una luce speciale che la illumina e riscalda tutto l’anno, raddolcendone il clima anche in inverno.
La chiamano “la bianca” per il candore accecante dei marmi che rivestono le facciate delle case e le vie lastricate, ma il bianco si mischia all’azzurro degli azulejos, le piastrelle colorate che adornano palazzi, chiese, fontane e monumenti, l’inconfondibile leit-motiv della città.

Lisbona è difficile da spiegare perché quando pensi di averla capita e incasellata dentro i confini di una definizione cambia volto e vestito e diventa un’altra.

Si parte alla scoperta della città dal Rossio, la grande piazza bordata di edifici del Settecento e Ottocento dove girovagare tra lustrascarpe, venditori di lotterie e caffè storici. 
Dal Rossio si scivola dolcemente verso la Baixa con le sue strade ad angolo retto che disegnano una perfetta scacchiera; qui l’elegante e ampia rua Augusta conduce verso l’altro grande salotto urbano, Praca do Comercio, bordata di signorili edifici dipinti d’ocra sorretti da lunghe file di portici, come gambe di ballerine in punta di piedi  alla sbarra.
 Ma fin qui Lisbona ha svelato solo uno dei suoi tanti volti: presto le ampie vie del centro diventano stretti vicoli che si inerpicano lungo i fianchi dei colli su cui la città è adagiata, stipati di vecchie case che sembrano voler arrampicarsi una sull’altra per non ruzzolare giù.  Al Barrio Alto si può arrivare a piedi oppure prendendo la storica funicolare,  un vecchio vagone dipinto di giallo che si inerpica cigolando lungo la ripida salita. Pochi minuti di viaggio è quel che basta per essere catapultati in un mondo diverso : qui la Lisbona aristocratica cede il passo a quella più medievale popolata di marinai e pescatori; strade strette e anziani seduti alla porta o nelle panchine delle piazzette, immersi in fitte conversazioni. La sera il Barrio si anima, i piccoli locali diventati oggi ristorantini di tendenza accendono le luci e diventano ritrovo di giovani e turisti in cerca di atmosfere rilassate.
Sul versante opposto l’Alfama è il contraltare del Barrio: qui note arabeggianti nascoste nelle trame delle facciate conducono lungo strade silenziose bordate di case dai balconi fioriti, giardini pensili e muri rivestiti degli immancabili azulejos.
E poi c’è Belem, dove Lisbona esprime la sua anima gotica esibendosi in complicati decori come pizzi di pietra, in quell’assoluto capolavoro che è il Mosteiro dos Jeronimos.
L’insieme è costituito dalla Chiesa di Santa Maria con due magnifici e decoratissimi portali e all’interno l’audacia di tre navate, sopravvissute miracolosamente intatte al terremoto del 1755.
Ma è nel chiostro della chiesa che il gotico si esprime al massimo: un quadrato perfetto, due ordini di gallerie e complicate trame piene di grazia e armonia che riempiono gli occhi e i sensi di stupore per tanta magistrale bellezza.

Dall’altra parte della strada una colossale prua di pietra ospita una folla di uomini scolpiti con lo sguardo a scrutare l’orizzonte: è il Padrao dos Descubrimientos, tributo della città ai grandi navigatori che da qui partirono verso l’ignoto, di fronte soltanto il mare, l’infinito e i loro sogni.
Oggi di quei sogni restano i ricordi di un grande passato da capitale di un potente e ricco impero coloniale e una sottile malinconia, la suadade, quella che leggi negli occhi e nei visi dei lisboeti, gente schiva, ospitale senza eccessi; quella che fa l’essenza del fado, la melodia e l’anima di Lisbona, la musica che la invade e la fa vibrare al calar del sole. Una voce solitaria che parte lenta e pacata, il sottofondo delle cene servite nelle tante tascas, le taverne nascoste nel ventre dell’Alfama. Ma poi la voce si alza, fa sua l’attenzione, tutti ammutoliscono e ci si ritrova ad ascoltare rapiti e sognanti storie struggenti in una lingua che riesce ad essere universale, perché arriva diretta al cuore.
E anche se ancora non si è riusciti a darle una definizione, ci si accorge che Lisbona ci ha già conquistati.




When I think of Provence lavender fields come to my mind, huge spots of purple mixed with grass green. 
Provence has a special light, warm and welcoming, and it was perhaps this light that inspired many impressionist painters who produced here their most famous paintings. From Cezanne to Van Gogh’s, many talents were bewitched by the magic of this land. 
Follow me in a tour on the footsteps of the great master painters to revisit the same places that inspired them and that became subjects of their immortal masterpieces.

Our itinerary begins in Aix-en-Provence,  the birthplace of Paul Cezanne and site of a prestigious university; Aix is a city with an important cultural and artistic heritage whose heart is the Vieil Aix , the Old Town, crossed by the Cours Mirabeau , full of cafes and elegant buildings of the seventeenth and eighteenth century; the city has dedicated to  its most famous citizen the Circuit Cézanne , a well marked route which starting from the Tourist Office goes through the neighborhoods and the places where the painter lived, arriving at his studio at No. 9 of Av Paul Cézanne, where he produced his works and where everything has remained as he left it.
Aix is also famous for the production of almonds, used not only for cosmetic products but also to  prepare the calissons , typical sweets made ​​of almond paste coated with icing.

Continuing in our artistic itinerary we arrive at Arles, not without first making a few detours to enjoy other Provence’s jewels, as  Gordes , considered  one of the most beautiful villages of France; perched on a hill, the village is famous for its square where some scenes of A Good Year with Russell Crowe were shot; an excellent time to visit the village is on Tuesday when the local market is held, full of stalls with food, clothing, craft items and much more. Climbing up  the streets you get to the castle that hosts a museum. 
Just 5 km north of Gordes a winding road leads to Cistercian Abbey of Senanque, dating back to 1148: one of the greatest examples of monastic architecture, this place is a corner of peace and quiet away from it all. 
Continuing north we reach Chateauneuf du Pape , which is particularly attractive in autumn during the harvest period since the place is famous worldwide for its renowned wine production; in the city there are many wineries that offer free tastings.
Following the course of the Rhone we arrive at Avignon , one of the most beautiful historic cities of Provence, famous for being the papal seat from 1309 to 1377; not to be missed is a visit to the opulent Palais des Papes , a UNESCO Heritage which includes two buildings, the Palazzo Vecchio and the Palazzo Nuovo. The Tourist Office offers 4 walking routes to explore the hidden treasures of the city.

Last stop before arriving in Arles is Saint Remy de Provence , birthplace of Michel de Notre Dame, aka Nostradamus, and home to the most famous maitre chocolatiers. A wonderful town to be discovered at slow pace walking through the narrow streets crowded with shops or stopping for a coffee in one of the many lively squares. Here there is also the psychiatric hospital where Van Gogh painted over 150 paintings: today the place hosts a museum which traces the human and artistic path of the painter. 


And finally Arles , universally famous because Van Gogh moved here in 1888 and in this period he produced some of his most famous masterpieces, as The Alyscamps and Starry Night Over the Rhone. Even though there are no paintings of Van Gogh left in Arles, the city celebrates his most famous citizen with a dedicated route, the Circuit Van Gogh , well-marked by license plates which serves to identify the precise points where the master posed his easel to paint the landscapes and cities of Provence. 

Another interesting historical circuit is the Roman Arles that includes the Roman amphitheatre Les Arenes, the ancient theatre and Alycamps, a long avenue where many Roman tombs are aligned. 
With so many historic towns, vast vineyards and traces of the great painters, Provence is the perfect destination for a charming vacation!

Spectacular bays, white beaches, steep cliffs plunging into the sea, this is the business card of Algarve, the southernmost region of Portugal, a paradise where even the sun wants to stay forever.
When I think of Algarve I picture in my mind the strong contrast between the golden sand and the blue sea, an imagine which is hard to forget.
As any attentive host, Algarve makes sure to deliver a beach paradise for everyone who choses to come here.

The region from the Spanish border to Faro is called Sotavento (up-wind) where stretches of soft sand gently lull those who let themselves go in the warm embrace of these shores.
In Barlavento (leeshore) small beaches struggle to find their place among steep cliffs that seem drawn by an imaginative sculptor. And finally, the most western region, bare and tormented coasts exposed to the Atlantic winds.
Here the nature of the region stands at its best, with breathtaking landscapes, vertiginous cliffs stretching out to the sea in a last desperate attempt to prolong land a little further before surrendering to the ocean.
From the stacks you can hear the roar of the waves slamming on the rocks trying to climb up the steep walls to gain new space, as if the ocean they belong to was not big enough.

Silent and deserted streets that twist and turn along barren headlands take to Cabo de Sao Vicentethe end of the world as it’s called. No sign of human presence except for a lighthouse that stands alone to watch the ships venturing on these seas and a small group of tourists who come here to enjoy the almost surreal atmosphere of this place. The cliffs draw the landscape’s contours slowly disappearing in the fog, as in the most perfect of pictorial perspectives.

It’s from this remote strip of land that the great explorers embarked on ships laden with expectations and wishes, in their eyes great visions of new horizons, in their hearts hope and the recklessness of those chasing a dream at all costs. An exciting and fascinating place, where in the power of the wind that blows ceaselessly you can catch hints of the energy that allowed those men to bring their dreams to new worlds.



 Baie spettacolari, candide distese di sabbia, ripidi scogli a strapiombo sul mare, è questo il biglietto da visita dell’Algarve, la regione più a sud del Portogallo, un paradiso da dove persino il sole sembra non volersene mai andare.

Quando penso all’Algarve mi torna alla mente il contrasto intenso tra la sabbia dorata dalle sfumature arancioni e il blu del mare, un gioco di colori difficile da dimenticare.
Come ogni ospite attento, l’Algarve si premura di non far mancare nulla a chi sceglie di visitarlo, offrendo paesaggi per ogni sogno d’estate.

La regione che va dal confine spagnolo a Faro si chiama Sotavento (sopra il vento) dove distese di sabbia soffice cullano il dolce relax di chi si lascia andare nel caldo abbraccio di questi lidi.

Nel Barlavento (sotto il vento) piccole spiaggette si fanno spazio tra scoscesi dirupi che paiono disegnati da uno sculture fantasioso. E infine l’estremità più occidentale, la costa più brulla e tormentata, esposta ai venti atlantici.
E’ proprio qui che la natura più libera e selvaggia della regione si esprime al suo massimo, regalando paesaggi che tolgono il fiato, vertiginose scogliere che si protendono verso il mare in un ultimo disperato tentativo di prolungare ancora un po’ la terra prima di cedere il passo alla potenza dell’oceano.
Dall’alto dei faraglioni si sente il rimbombo delle onde che sbattono sugli scogli e sembrano voler arrampicarsi lungo le pareti scoscese per guadagnare nuovo spazio, come se l’immensità dell’oceano a cui appartengono non fosse abbastanza.

Proseguendo per strade silenziose e deserte che si snodano lungo un paesaggio di brulli promontori si arriva a Cabo de Sao Vicente, la fine del mondo come è soprannominato. Nessun segno di presenza umana se non un faro che si erge solitario a vigilare sulle navi che si avventurano per questi mari e uno sparuto gruppo di turisti che vengono qui per assaporare l’atmosfera tra il magico e il surreale. Le scogliere disegnano i profili del paesaggio scomparendo piano piano nella nebbia, come nella più perfetta delle prospettive pittoriche.
E’ da questo remoto lembo di terra che si imbarcarono i  grandi esploratori su navi cariche di attese e desideri, negli occhi visioni di nuovi orizzonti, nei cuori la speranza e l’incoscienza di chi insegue un sogno ad ogni costo. Un luogo emozionante e suggestivo, dove nella forza del vento che qui soffia incessante sembrano rimasti stralci dell’energia che permise a quegli uomini di portare i loro sogni verso nuovi mondi.

So che sembra strano ma a Berlino si può anche concedersi una rigenerante giornata in spiaggia! Il mare di Berlino di chiama Sprea , il fiume che attraversa la città e le cui sponde ospitano numerose spiagge, meta giornaliera di tanti berlinesi che vengono qui per scappare alla calura estiva.
La città che ha fatto della riqualificazione di spazi urbani in disuso una filosofia di vita e di sviluppo è riuscita anche in questo caso a ricavare spiagge da zone desolate createsi dopo la caduta del Muro.
Una delle più famose si chiama Badeschiff, letteralmente nave da bagno, una piscina riscaldata ricavata da una chiatta aziendale ormeggiata sulla sponda del fiume. E’ qui che molti berlinesi si riversano all’ora di pranzo per una breve ma intensa illusione di mare, riempiendo le sdraio distribuite lungo le terrazze ricoperte di sabbia.
Altri ritrovi balneari sono sparsi sulla riva opposta, dietro la East Side Gallery, la più grande sezione di muro rimasta in piedi e ora ricoperta di graffiti artistici. Qui c’è lo Yaam, lido urbano molto in voga dove si sorseggiano cocktail a ritmo di reggae.
Ma le opzioni per una giornata di sole non finiscono qui; Berlino è circondata da laghi che per generazioni hanno attirato berlinesi sulle loro sponde. Il più esteso è il lido di Wannsee, mille metri di spiaggia affacciata sulle acque blu profondo del lago, che con le dormeuse in vimini foderate di tessuto a righe è l’archetipo delle spiagge del nord.
Se dopo essersi immersi nell’eccezionale patrimonio storico e architettonico di questa città su vuole concedersi una pausa rilassante, Berlino ancora una volta non delude e si reinventa città poliedrica offrendo lidi cittadini dove accogliere abitanti e turisti e cullarli in un sogno d’estate.
Un altro motivo per visitare questa straordinaria città!


Ci sono mete che non si scelgono secondo un preciso disegno di viaggio ma semplicemente perché sono sulla strada verso altre destinazioni  E’ proprio così che è andata per Chambery: gli oltre 1300 chilometri che separano Bordeaux, ultima tappa di un viaggio estivo in Francia, da casa erano una distanza troppo grande per essere coperta in una sola tappa, così ho aperto la mappa (è passato solo qualche anno, ma tanto è bastato perché nel frattempo le vecchie care mappe cartacee si siano estinte soppiantate da quelle di moderni navigatori) per cercare una tappa che fosse ad una ragionevole distanza e avesse qualcosa da vedere per riempire qualche ora nel tardo pomeriggio, un ultimo scampolo di vacanza prima di arrendersi all’ineluttabile rientro.

E’ così che Chambery ha incrociato la mia strada. E’ bastato poco per capire che questa città meritava ben più di quelle poche ore di vacanza che mi restavano da dedicarle: l’ex capital del Regno di Savoia è una graziosa cittadina incorniciata da maestose montagne che rendono spettacolare e intimo il piccolo centro storico, che oltre ad una serie di eleganti edifici storici offre anche numerose locali dove viene servita alta cucina a prezzi ragionevoli, e numerose e ghiotte cioccolatiere. Il fatto poi di essere a solo un centinaio di chilometri dal confine col Piemonte la rende un’interessante destinazione d’Oltralpe dove assaporare atmosfere francesi miste agli inconfondibili segni del suo passato italiano.
Il campanile della Sainte Chapelle ospita il più grande carillon d’Europa, un enorme strumento che comanda ben settanta campane capaci di dar vita a infinite variazioni sonore grazie ad una speciale fibra di carbonio molto elastica a cui è affidata la trasmissione del movimento: è così che il suono delle campane a Chambery si trasforma in un concerto all’aperto a cui tutti, cittadini e visitatori,sono invitati.
Le suggestioni italiane di Chambery non si limitano alle facciate degli eleganti palazzi dei centro, retaggio del suo passato regio; pochi mesi fa è stato inaugurato proprio qui il Museo delle Belle Arti, ad ingresso gratuito, che ospita la più grande collezione di arte antica italiana in terra francese dopo il Louvre.
La città lavora anche a numerosi altri progetti volti alla valorizzazione di antichi edifici, come ad esempio la bella Rotonde, che sarà presto adibita a museo dei treni.
Nel centro storico spicca la Fontana degli Elefanti che la città ha dedicato al suo benefattore, il generale Benoit de Boigne; proprio da qui diparte la via principale del centro che porta lo stesso nome e che si inoltra nel cuore della città con una fila di portici dove è impossibile non cedere alle golose lusinghe delle tante pasticcerie e cioccolatiere che mettono in bella mostra le loro preziose creazioni: praline, cioccolatini, fontane zampillanti di cioccolato e non ultima la Macaron Framboises, la torta fatta dai famosi dischetti sottili e friabili uniti da una deliziosa crema al burro e lamponi.
Di gusto italiano sono anche i magnifici trompe l’oeil, i murales che adornano la facciata del palazzo Monfalcon, che danno all’edificio un’aria piemontese; reminiscenze italiane si leggono anche nelle facciate color pastello della centrale piazza Saint-Leger, animata dagli artisti di strada.
Inequivocabilmente francesi sono invece i piatti serviti nei tanti piccoli ristoranti della città, dove va in scena una haute cuisine di grande qualità ma a prezzi contenuti. Altrettanto francesi sono i tanti cortili interni e i tetti di ardesia che animano le vedute dall’altro della città, dove la selva di comignoli si confonde all’orizzonte con il profilo delle montagne, a ricordare che al di là delle Alpi, siamo già a casa.


Uno degli aspetti più belli e ripaganti di un viaggio è l’incontro con l’universo gastronomico del paese che si visita: assaggiare la cucina significa entrare in contatto con l’essenza di un luogo, perché il cibo è un aspetto importante e caratterizzante di ogni cultura, ne racconta e rispecchia gli umori e le atmosfere.
Per immergersi nei sapori di un paese non c’è nulla di meglio dello street food, il cibo di strada che si cucina nelle bancarelle e si degusta immersi nel caleidoscopio di gente, suoni e odori che animano le vie di città e paesi; sicuramente non è rilassante come sedersi in un comodo ristorante, ma lo street food rappresenta una delle migliori occasioni per avvicinarsi e degustare, è proprio il caso di dirlo, lo spirito di un luogo.
Se lo street food impera nei paesi del Sud Est asiatico e dell’America del sud, culturalmente avvezzi a consumare cibo in strada, anche quello europeo non è da sottovalutare e riserva numerose e gustosissime sorprese. 
Partiamo per questo viaggio nel vecchio continente all’insegna dei sapori di strada!

Grecia:

Gyros: sottilissime fettine di carne di maiale o manzo speziata che viene fatta cucinare a fuoco lento in uno  spiedo verticale (da qui il termine gyros che in greco significa appunto “girare”) e poi sfilettata ottenendo succulenti sfilacci che possono essere consumati da soli o serviti dentro a una pita, un pane piatto e ovale che somiglia alla piadina, il tutto solitamente condito con la salsa allo yogurt tzatzichi e cipolla, oltre alle  immancabili patatine fritte.

Un piatto delizioso da leccarsi le dita, e non solo in senso metaforico dal momento che il sugo della carne tende  a fuoruscire dal panino!



Spagna 
Churros: deliziosi dolcetti di pastella dalla tipica forma allungata e zigrinata, fritti nell’olio e poi spolverati di zucchero, serviti in cartocci da degustare mentre si passeggia.
Si gustano tali e quali o intinti nella cioccolata calda!
Il churro era originariamente una razza di pecore. Il cibo dei pastori era pane fritto, un piatto semplice e facile da portare fuori casa. Successivamente fu aggiunto lo zucchero e la particolare forma stellata e allungata, che si ottiene usando la churrea.
Francia
Crepes: i francesi sono sempre più chic, anche nel cibo di strada! La crepe è l’icona fashion dello street food, proposta in numerosi varianti sia dolci che salate: burro  zucchero, nutella, uovo, prosciutto  ogni variante è valida!
Ma la crepe è un piatto di origine contadina, deriva infatti dalle regioni costiere di Bretagna e Normandia dove veniva preparata con la più economica farina di grano saraceno (variante che esiste ancora in queste regioni e viene chiamata galette). Successivamente il fascino della crepe, trasformata nella più conosciuta versione con solo farina bianca, ha conquistato tutta la Francia divenendo una pietanza amata e apprezzata a livello internazionale, icona della cucina francese.

Germania
Currywust: un wuestel tagliato a fette, condito con salsa di pomodoro e curry o senape e servito con pane bianco o integrale. Si gusta servito su un piccolo vassoio in cartone con una palettina come forchetta. Ovviamente abbinato a una buona birra!
La pietanza venne inventata nel dopoguerra da una casalinga berlinese che pensò di condire i wuestel con una salsa di pomodoro piccante e scese in strada per venderli.

Inghilterra
Cornish Pastry: è un fagottino di sfoglia ripieno di manzo tritato, patate cipolla e rapa. In Cornovaglia, regione di origine del piatto, come indica il nome stessi, si gusta dal ‘700, quando divenne il piatto dei minatori.
Come ogni street food che si rispetti, va gustato passeggiando, magari lungo una delle magnifiche spiagge della costa della Cornovaglia

Avete qualche altro cibo di strada da aggiungere alla lista?



© silviaromio.altervista.org

Gran Canaria, una perla  al largo delle coste nord-occidentali dell’Africa; un continente in miniatura, come spesso la definiscono, proprio perché qui si possono incontrare tutti i possibili paesaggi presente al mondo: immense spiagge, verdi colline, montagne, laghi, e persino il deserto. Un puzzle perfetto, un piccolo mondo, un angolo d’Europa proteso verso l’Africa.

Chi atterrando qui si aspetta spiagge caraibiche e acque cristalline resterà deluso; le spiagge, le più famose delle quali concentrate nelle coste sud dell’isola, sono le tipiche spiagge oceaniche lunghe e profonde bagnate da acque turbolente e non particolarmente calde; anche il profilo del centro balneare principale, Playa del Inglés, è alquanto deludente, abbruttito da enormi palazzoni arroccati sul promontorio che domina il mare, enormi alveari che ospitano hotel e appartamenti vacanze, molti dei quali avrebbero bisogno di una buona sistemata e rinfrescata. Qui le strutture turistiche sembrano essersi fermate agli anni ’70, l’epoca in cui le Canarie erano sinonimo di meta esotica, l’Europa in Africa, una destinazione chic per abbienti turisti tedeschi e inglesi, ma non solo. Con l’avvento dei voli low cost il target turistico si è abbassato e le isole, compresa Gran Canaria, sono diventate una destinazione alla portata di molti, ma le strutture turistiche non hanno saputo o voluto adeguarsi al cambiamento risultando oggi decisamente fuori moda e molto impesonali.
Detto questo, Playa del Inglés è comunque un luogo piacevole dove passeggiare la sera sul lungo mare pieno di bar e negozi e dove fare ottimi affari comprando profumi , macchine fotografiche o telecamere essendo l’isola porto franco.  Attenzione però a valutare bene l’acquisto, la fregatura è dietro l’angolo!
Ma il pezzo forte di Playa del Inglés è la riserva naturale delle Dune di Maspalomas, un deserto in  miniatura di solo 25 km quadrati incastrato tra la spiaggia e le colline; si può accedere alla riserva direttamente dalla zona dei bar, passando così in pochi minuti dal frastuono del centro abitato animato dal vocio dei turisti al silenzio delle dune; un paesaggio surreale fatto di dolci colline dorate, un manto di seta che sembra oscillare spinto dal vento e che si stende fino al mare. Ritrovarsi dentro questo universo fatto si sabbia, vento e silenzio riempie il cuore di emozione, d’un tratto sembra di essere atterrati su di un altro pianeta, è emozionante passeggiare per le dune, arrampicarsi sulle più alte e da lì osservare l’oceano che si staglia all’orizzonte, una linea dritta contro il profilo ondulato delle dune.  Laddove le dune precludono la vista delle colline e della città che incombono alle spalle di Maspalomas, la vista spazia solo tra deserto e mare, due infiniti che sembrano toccarsi, un mondo fatto solo di due colori, l’oro della sabbia e il blu del cielo e del mare.
© silviaromio.altervista.org

Gran Canaria riserva anche altre perle, come Puerto Morgan, un piccolo paesino affacciato sulla costa sud occidentale dell’isola; qui le case bianche, abbellite da balconi e inserti color pastello e incorniciate di bouganville in fiore creano un’atmosfera che è un misto tra i paesetti delle isle greche e i paesaggi provenzali. Il porticciolo, circondato da minuscoli bar, è il luogo ideale per sedersi fuori a sorseggiare un caffè osservando la vita intorno e i pescatori indaffarati a scaricare delle loro barche il bottino della giornata.
Puerto Morgan è facilmente raggiungibile da Playa del Inglés da autobus di linea, il viaggio dura circa un’ora e permette di godere del paesaggio costiero seguendo la strada che si inerpica su per le colline per raggiungere la piccola baia dove è appollaiato il paese.

© silviaromio.altervista.org

Di atmosfera decisamente diversa è Las Palmas de Gran Canaria, la capitale delle Canarie: una città calda, piena di vita, dall’atmosfera rilassata e cosmopolita oltre che vivace centro universitario;
Il quartiere storico della Vegueta trabocca di edifici che nelle loro facciate raccontano la storia travagliata di quest’isola, terra di grandi contese proprio per sua sua posizione strategica come porta verso il continente africano; il quartiere è caratterizzato dalle tante case in stile tradizionale, con i cortili interni e i balconi in legno intarsiato. Meritano una visita la Casa di Colombo e il Museo Canario che racconta le usanze delle antiche popolazioni dell’arcipelago.
Ma il cuore pulsante della città è la sua spiaggia, Las Canteras, una delle più belle spiagge cittadine che abbia mai visto: ampia, pulita, una mezza luna di sabbia candida incorniciata  da acque placide e da una magnifica via lungo mare piena di caffè e bar, il posto preferito dagli abitanti per sorseggiare un aperitivo dopo il lavoro. 
Pur non contando attrazioni turistiche d’eccezione, la città conquista con la sua aria allegra e informale, una sorta di piccola Barcellona d’oltre oceano dal carattere marcatamente europeo, dove si tende a dimenticare di aver varcato un oceano ed essere a due passi dal continente nero e sembra di essere ancora nella vecchie Europa.
La città è ben collegata a Playa del Inglés con bus di linea che coprono il tragitto in ca. 1 ora- 1 ora e trenta a seconda del traffico.
Guida al viaggio

Traporti per Gran Canraria:
Ryain Air e altre compagnie aeree low cost offrono voli diretti; Iberia collega Gran Canaria attraverso voli con scalo in Spagna. Se si ha più tempo si può prendere in cosiderazione la possibilità di arrivare attraverso uno scalo in Germania servendosi di uno dei numerosi voli di compagnie aeree low cost tedesche (per es. Tui) che offrono collegamenti giornalieri con l’isola.
Dove dormire:
Playa del Inglés rappresenta certamente una base ideale da dove partire alla scoperta dell’isola. La maggior parte delle mete di interesse turistico possono essere raggiunte con gite giornaliere usando una macchina a noleggio o avvalendosi dell’estesa ed efficiente rete di trasporti pubblici.
Per evitare di finire in uno dei tanti hotel – alveari, si può magari cercare un piccolo appartamento nelle nuove zone residenziali più recenti appena fuori dal centro di Playa del Inglés.
Quando andare:
Gran Canaria è famosa per essere l’isola dell’eterna primavera, qui d’inverno la temperatura rimane sui 18° e d’estate, grazie alle brezze oceaniche, non sale mai sopra i 30°. Un clima da sogno dove godere del calore del sole in ogni periodo dell’anno

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