Modena: storie di secchie rubate, letterati e figurine

giovedì, novembre 07, 2013

Modena. Erano passati più di dieci anni dall'ultima volta che ci ero stata. Era una gelida sera d’inverno e non una qualunque ma la notte di Capodanno, trascorsa in Piazza Grande a festeggiare a passo di musica, fosse altro per il freddo pungente che costringeva a saltellare per non congelare.
Di Modena ricordavo poco, qualche vaga immagine annebbiata dagli anni, troppa gente e troppo freddo perché mi restassero ricordi diversi da spumante in aria e grida di benvenuto al nuovo anno.
Mi ero ripromessa di tornarci tante volte, ma ogni volta non era mai quella giusta, così i giorni sono diventati mesi e i mesi anni e Modena mi è rimasta da parte, riposta su una mensola, come uno di quei libri che vorresti leggere ma non riesci mai a trovare il tempo per farlo. Fino alla settimana scorsa, quando pensando alla meta per una gita fuori porta mi è tornata in mente, come se quel libro mi fosse capitato in mano senza sapere come, pronto a farsi leggere.


Modena mi accoglie in una tiepida giornata di novembre che si potrebbe scambiare per primavera, tra strade di sampietrini e case color terra. Mi avvio con passo veloce verso il centro ma l’atmosfera rilassata della città mi ricorda che oggi non ho fretta, è solo l’abitudine. Orientarsi non è difficile, basta guardare in alto e andare verso la Torre Ghirlandaia che si erge nel cuore della città, come un faro che rimane sempre visibile da ogni angolazione. Da fuori è spettacolare, una sinfonia di mattoncini colorati dal bianco al rosa pallido incastrati uno nell'altro come una parete di lego. Sul pannello informativo leggo che le “ghirlande” sono le due ringhiere di marmo che ricamano la cima e simboleggiano l’abbondanza; è qui che erano custoditi i forzieri della città e dove veniva custodito un secchio, un oggetto di pochi spiccioli ma che vale una vittoria, quella su Bologna in epoca medievale: rubato da un pozzo venne portato in trionfo in città; oggi il secchio si trova nel Palazzo Comunale, a ricordare quei giorni di gloria. Mi piacerebbe salire sulla Torre, conquistare la città scalandone i gradini per guardarla a volo d’uccello, ma proprio da oggi la torre è chiusa, disdetta!
Con il naso all'insù le giro intorno e d’improvviso lo spazio raccolto di Piazza della Torre fluisce nel mare di Piazza Grande, il salotto cittadino, che stranamente si sviluppa dietro alla Cattedrale, quasi volesse defilarsi per restare dietro le quinte. Un lato è bordato da una fila di archi che paiono rincorrersi e inciampano nella Torre dell’Orologio, e su in alto la statua della Bonissima a mani giunte veglia sui modenesi: 800 anni e non li mostra, la leggenda vuole essere colei che sfamò il popolo in carestia.
Il Caffè dell’Orologio è il salotto letterario di Modena, uno di quei locali che hanno fatto la storia d’Italia: qui solevano incontrarsi personaggi del calibro di Mondadori, Einaudi, Pasolini , Rizzoli, Feltrinelli per parlare di letteratura e di politica.
Aggirandomi per la piazza passo distrattamente accanto ad un enorme masso rosa ma subito torno indietro, questa è la Presa Ringadora, un tempo il palco delle arringhe dove saliva chi voleva parlare alla città.

Proseguo lungo stradine bordate di case multicolore dipinte di caldi colori autunnali e tra la gente che passeggia senza fretta scorgo tanti ufficiali. Non ci avevo pensato ma a Modena c’è l’accademia Militare e il sabato le vie del centro si riempiono di cadetti fasciati nelle loro eleganti divise blu, intenti a godersi qualche ora di libera uscita accompagnati da graziose fanciulle.

L’orologio e la mia pancia dicono che è ora di pranzo e allora ecco materializzarsi davanti a me la trattoria Da Danilo, uno di quei posti che parlano un linguaggio semplice, tavolini in legno e profumo di sapori genuini nell'aria. Mentre sto in piedi a guardare il menu decidendo a quale peccato cedere, un signore anziano mi passa accanto e con un caldo accento modenese mi dice “Signora, qui si mangia bene sa!”. Non potevo ricevere invito migliore. Mi abbandono ad una sinfonia di sapori, passando dalla stuzzicante bontà di un antipasto di prosciutti alla calda voluttuosità delle lasagne al ragù che si sciolgono in bocca. Che a Modena si mangia bene non è solo una leggenda.
Dopo pranzo mi avvio lungo porticati silenziosi che mi ammiccano aspettando di essere fotografati, tanto è perfetta la loro prospettiva, e presto arrivo al Museo della Figurina

Modena è la città dei fratelli Panini, un nome che mi ricorda i doposcuola delle elementari, quando trascinavo mia mamma dal giornalaio per comprare altre figurine per l’album di Candy Candy o Lady Oscar, e subito aprivo la bustina con il cuore pieno di trepidazione nella speranza di trovare quelle due che mancavano a terminare la preziosa collezione.
Quella dei Panini è un’altra storia tutta italiana, partita da un’idea nata nel retrobottega di un’edicola dove un giorno del 1960 uno dei fratelli decise di imbustare le ultime figurine rimaste e venderle per qualche spicciolo. Fu subito un successo nazionale, l’anno dopo i Panini pubblicarono il primo di una lunga serie di album che fecero del loro nome una leggenda e che li fece amare da milioni di ragazzini a cui, in un’epoca dove videogiochi e cellulari non esistevano, bastava passare al setaccio una bustina di figurine per sentirsi dei re o continuare imperterriti la ricerca, come se alla fine il premio fosse il più prezioso dei tesori.
Ancora adesso dalle mie parti si ricorda il famoso "go, go, manca" (ce l'ho, ce l'ho, manca), la cantilena che accompagnava il rito dello spoglio figurine.
Volti di calciatori, ciclisti, personaggi dei fumetti mi scorrono davanti, pezzi di vita passata e di un'Italia che non c'è più, ma quella di adesso avrebbe ancora tanto bisogno di quell'entusiasmo e speranza per tornare di nuovo a sognare. 

You Might Also Like

0 comments

Diventa fan su Facebook

Bloglovin'

Follow

Subscribe